La storia della Ferrari è quella di un meccanico che seppe inventare una griffe: “Io non sono un pilota o un ingegnere: io sono un agitatore di uomini”, diceva di sé Enzo Ferrari. Con le sue capacità e la sua abilità nel trasformare la cronaca in leggenda (quella che oggi chiameremmo narrazione) Ferrari ha dato vita a un brand che rappresenta l’Italia nel mondo, quasi indifferente agli alti e bassi delle stesse competizioni che hanno costruito il suo mito.
La festa di compleanno
L’episodio più recente è proprio degli ultimi giorni. Ci hanno provato gli analisti di Morgan Stanley a sostenere una tesi logica: domenica scorsa a Monza Ferrari ha perso il confronto con le Mercedes cedendo mezzo minuto a fine gara. Dunque, si sarebbe detto, il risultato sportivo offusca l’appeal del brand e il valore del titolo in Borsa. L’effetto del ragionamento logico è durato lo spazio di un giorno: Ferrari ha perso quasi il 7 per cento ma già il giorno successivo ha invertito la tendenza. Gli analisti di Mediobanca ed Equita sostengono anzi che il titolo è sottovalutato è che è destinato a superare la soglia dei 100 euro. Quando era stata quotata a Wall Street, meno di due anni fa, la Rossa valeva la metà.
Il mistero di Ferrari è tutto qui, in quel gradino, che è di immagine ed è anche, come si vede, misurabile economicamente, che la pone al di sopra di tutte le altre. Gli analisti spiegano che il titolo ha andamenti di Borsa più simili a quelli di un foulard di Hermes che di un’azione dell’automotive. Tanto che, in occasione dei Gran Premi, anche negli anni più difficili per la Scuderia, il merchandising intorno alle piste è in larga parte inondato di gadget Ferrari.
Un brand talmente desiderato (più volte è stato in cima alla classifica dei marchi più prestigiosi del mondo) che i responsabili del Cavallino in questi settant’anni si sono dovuti preoccupare principalmente di non vendere troppe automobili. E addirittura di farle desiderare a chi decide di spendere centinaia di migliaia di euro, costringendo i futuri proprietari alla lista di attesa, come per gli esami delle asl. Perché, si sa, l’attesa, non solo nel mondo dell’auto, aumenta il desiderio. Così si sono costruiti veri e propri tabù.
Una delle regole d’oro è stata per anni quella di non superare mai le 10.000 auto vendute all’anno. Soglia che probabilmente verrà raggiunta entro due anni. Perché nell’ultimo decennio il mercato mondiale è diventato molto più grande. E in numeri assoluti anche i potenziali acquirenti della Rossa sono cresciuti. Così il muro delle 10.000 vetture prima o poi sarà abbattuto. Ma varrà sempre l’antica regola di Enzo: produrre un’auto in meno di quelle che chiede il mercato. Anche così si creano le leggende.
La festa di compleanno
L’episodio più recente è proprio degli ultimi giorni. Ci hanno provato gli analisti di Morgan Stanley a sostenere una tesi logica: domenica scorsa a Monza Ferrari ha perso il confronto con le Mercedes cedendo mezzo minuto a fine gara. Dunque, si sarebbe detto, il risultato sportivo offusca l’appeal del brand e il valore del titolo in Borsa. L’effetto del ragionamento logico è durato lo spazio di un giorno: Ferrari ha perso quasi il 7 per cento ma già il giorno successivo ha invertito la tendenza. Gli analisti di Mediobanca ed Equita sostengono anzi che il titolo è sottovalutato è che è destinato a superare la soglia dei 100 euro. Quando era stata quotata a Wall Street, meno di due anni fa, la Rossa valeva la metà.
Il mistero di Ferrari è tutto qui, in quel gradino, che è di immagine ed è anche, come si vede, misurabile economicamente, che la pone al di sopra di tutte le altre. Gli analisti spiegano che il titolo ha andamenti di Borsa più simili a quelli di un foulard di Hermes che di un’azione dell’automotive. Tanto che, in occasione dei Gran Premi, anche negli anni più difficili per la Scuderia, il merchandising intorno alle piste è in larga parte inondato di gadget Ferrari.
Un brand talmente desiderato (più volte è stato in cima alla classifica dei marchi più prestigiosi del mondo) che i responsabili del Cavallino in questi settant’anni si sono dovuti preoccupare principalmente di non vendere troppe automobili. E addirittura di farle desiderare a chi decide di spendere centinaia di migliaia di euro, costringendo i futuri proprietari alla lista di attesa, come per gli esami delle asl. Perché, si sa, l’attesa, non solo nel mondo dell’auto, aumenta il desiderio. Così si sono costruiti veri e propri tabù.
Una delle regole d’oro è stata per anni quella di non superare mai le 10.000 auto vendute all’anno. Soglia che probabilmente verrà raggiunta entro due anni. Perché nell’ultimo decennio il mercato mondiale è diventato molto più grande. E in numeri assoluti anche i potenziali acquirenti della Rossa sono cresciuti. Così il muro delle 10.000 vetture prima o poi sarà abbattuto. Ma varrà sempre l’antica regola di Enzo: produrre un’auto in meno di quelle che chiede il mercato. Anche così si creano le leggende.