Il j'accuse è di quelli che non passano inosservati. L'Acea, che è l’associazione dei costruttori automobilistici europei, si scaglia contro l'Unione Europea, e lo fa direttamente con il suo presidente, che è l'italiano Luca De Meo, che è anche n. 1 di Renault. Ha scritto una lettera, De Meo, sulla questione Euro 7.
"Nonostante l'ambiente difficile, tutti i nostri sforzi e investimenti sono orientati verso la decarbonizzazione. Le politiche e i regolamenti dovrebbero allinearsi e sostenere questo obiettivo. Abbiamo quindi bisogno che il regolatore parli con una voce coordinata, considerando i ritmi specifici dell'industria, della ricerca e degli investimenti. Questo purtroppo non è il caso della recente proposta Euro 7, che costringerebbe i produttori di veicoli leggeri e pesanti a investire miliardi di euro nella tecnologia di post-trattamento dei motori e degli scarichi, per guadagni ambientali minimi. Ciò significa trasferire notevoli risorse ingegneristiche e finanziarie dai veicoli elettrici a batteria e a celle a combustibile al motore a combustione interna. Questi fondi potrebbero essere utilizzati meglio per tecnologie a emissioni zero che non solo affronteranno le emissioni di CO2, ma anche le emissioni inquinanti".
Un pensiero che, magari sottovoce, è condiviso in più ambienti dell'automotive. Ma De Meo non si ferma e ammonisce sui rischi: "La proposta Euro 7, nella sua forma attuale, ci esporrebbe anche a dannosi impatti industriali, economici, ma anche politici e sociali. Ad esempio, potrebbe portare alla chiusura di almeno quattro impianti in un breve lasso di tempo per una casa automobilistica come Renault. Nel nostro continente, c'è un rischio significativo di mettere a repentaglio i posti di lavoro fino a 300 mila persone se la transizione non è gestita bene".
La soluzione è sempre, e soltanto, una. "Ciò evidenzia ancora una volta la necessità di un coordinamento tra i governi e l'industria".