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Europa preparati: la Cina diventerà il primo esportatore mondiale di auto

Europa preparati: la Cina diventerà il primo esportatore mondiale di auto
A lanciare l’allarme è l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI): i rischi per un’industria che vale l’8,5% dell’occupazione manifatturiera della UE
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ROMA - La supremazia della Cina nel settore delle auto elettriche la porterà a breve a raggiungere, oltre al primato globale per produzione e vendita che detiene già da 14 anni, anche il traguardo di primo esportatore mondiale di autoveicoli, soppiantando produttori europei e asiatici. E il cavallo di Troia di questa invasione sarà proprio il Vecchio Continente, sia perché sono sempre di più le auto europee che escono dalle fabbriche cinesi per poi essere vendute all’estero, sia per la crescita delle auto ‘made in China’, soprattutto elettriche, che sbarcano in Europa.

A lanciare l’allarme è l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI), che evidenzia come la trasformazione della Cina, da mercato a concorrente nel settore automotive, rischi di avere un impatto significativo su un’industria che vale l’8,5% dell’occupazione manifatturiera in Europa e che rappresenta di gran lunga la prima voce tra le poche in surplus nel commercio UE-Cina. Da qui l’urgenza di cambiare approccio. I primi a capirlo sono stati gli Stati Uniti che, con il loro Inflation Reduction Act (IRA), entrato in vigore a gennaio, concedono robuste agevolazioni fiscali a chi acquista auto ‘made in Usa’, soprattutto se elettriche.

Nei giorni scorsi è arrivata anche la contromossa della Commissione Ue, con la sua proposta di ‘Green Deal Industrial Plan’ che punta a sostenere la competitività dell’industria europea a zero emissioni. La discussione però si è subito arenata sul metodo di finanziamento degli aiuti. Insomma l’iter è ancora lungo, ma i tempi stringono. La Cina infatti è già in procinto di diventare il secondo esportatore mondiale di autoveicoli dietro al Giappone e potrebbe raggiungere il primato nel 2030, con 5,5 milioni di auto esportate di cui 2,5 milioni elettriche. Nell’ultimo anno – spiega l’ISPE - si è verificato un vero e proprio balzo nell’export di autovetture dalla Cina: +56,7% rispetto al 2021. E dei 2,53 milioni di unità spediti all’estero 651 mila sono veicoli a nuova energia (elettrici a batteria, ibride plug-in e a celle a combustibile a idrogeno), i cosiddetti NEV. Le esportazioni di automobili dalla Cina sono ora solo di un soffio (circa 80.000 unità) dietro a quelle della Germania, ma hanno già distanziato Corea del Sud e USA.

L’anno cruciale è stato il 2018, quando le vendite sul mercato domestico sono diminuite per la prima volta da addirittura tre decenni. Un segno di potenziale sovraproduzione interna che ha spinto i giganti di casa a proiettarsi all’estero. Così le esportazioni di autovetture, aumentate di 2,7 volte tra il 2010 e il 2020 (da 283mila a 760mila), sono balzate di 3,3 volte solo negli ultimi tre anni. E anche la catena di approvvigionamento ha tenuto il passo con la produzione. Le aziende cinesi ora producono quasi tutte le parti, anche l’acciaio ad alta resistenza e la fibra di vetro rinforzata, che importavano fino a circa un decennio fa.

Emblematico in questo senso è il caso di BYD. Il colosso cinese dell’auto elettrica, a parte i parabrezza e gli pneumatici, produce autonomamente quasi tutto quello che c’è nell’auto, batterie e semiconduttori compresi. Persino alcuni dei materiali chiave provengono da miniere di sua proprietà. Grazie a questa integrazione, per esempio, i costi di sviluppo dei prodotti di BYD sono inferiori del 20-30% rispetto a quelli del primo produttore al mondo, Toyota, che dell’efficienza logistica ha fatto il suo vanto. Eppure, nonostante il taglio dei costi, le auto cinesi superano ormai con facilità i test europei sulla sicurezza, grazie alla crescente automazione e standardizzazione dei processi. E se al momento i principali mercati per le auto cinesi sono Medio Oriente e America Latina mentre l’UE rappresenta circa il 15% delle vendite, non c’è però da stare tranquilli. Come dimostrano i numerosi lanci di vetture ‘made in China’ previsti per quest’anno in Europa, Italia compresa.

Negli intenti di alcuni costruttori cinesi c’è anche lo sbarco in Usa e l’apertura di stabilimenti direttamente in Europa. Ma se sul primo punto il varo dell’Inflation Reduction Act (IRA) li ha bloccati, almeno per ora, sul secondo punto al momento non vedono ostacoli. E infatti BYD è già al lavoro per aprire un una propria fabbrica in Europa. A meno che Bruxelles non si muova.