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Silver Shadow, la Rolls Royce dei record compie 50 anni

Costava come tre Ferrari 275, trentasei Fiat 500. Nella storia dell'auto è quella su cui si è studiato di più e quella composta da più pezzi: 80 mila, record mai più superato. Oggi costa come una Panda - FOTO

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Parlare di rivoluzioni in casa Rolls Royce rasenta la blasfemia. Eppure, nel corso della sua storia, unica a dire il vero nel mondo dell’auto, il nobile marchio di Crewe ha conosciuto anche momenti di autentico rinnovamento nelle scelte costruttive. Certo si è trattato spesso di imposizioni per restare al passo con i tempi, piuttosto che frutto di convinzioni anticonformiste, ma dirigenti e tecnici hanno dimostrato in più di un’occasione di saper conciliare il rispetto per la tradizione, patrimonio dal quale il blasone non può assolutamente prescindere, con la necessità di offrire un prodotto moderno. E se i contenuti moderni hanno fatto arricciare il naso, in qualche caso del passato, ai clienti più conservatori, le regole dell’evoluzione del mercato non hanno mai fatto sconti a nessuno, nemmeno se di sangue blu. Così, cinquant’anni fa, nasceva una vettura che a ragione può essere definita rivoluzionaria per i parametri fino ad allora seguiti, con rigore integralista, dalla Rolls Royce.

LE IMMAGINI

Nella prima metà degli anni Sessanta del secolo scorso, modello di punta è ancora la Silver Cloud, nata nel 1955 e giunta alla terza serie mantenendo un’impostazione, meccanica e stilistica, ormai obsoleta. Saltano agli occhi, il telaio separato dalla carrozzeria, le vecchie sospensioni con balestre e un aspetto monumentale con parafanghi “esterni” e superfici vetrate ridotte. Caratteristiche in grado di non scontentare i nababbi interessati soprattutto all’immagine, agli allestimenti principeschi dell’abitacolo e all’eccezionale comfort, ma non più sufficienti a giustificare l’aristocratico distacco da rampanti rivali, freddamente efficienti, come ad esempio le nuove ammiraglie Mercedes dell’epoca.

Nel 1965, per sostituire la Cloud, viene dunque lanciata la Silver Shadow, frutto di un lungo ed attento lavoro di progettazione e messa a punto per sposare la contemporaneità non venendo però meno agli imperativi categorici di eccellenza ed esclusività irrinunciabili per la nobile casata. Così la Shadow è stata, nella ultra centenaria storia dell'automobile, la macchina su cui si è studiato di più, quella che ha comportato il maggior numero, in assoluto, di ore di progettazione: oltre 10 anni di ricerche. Si trattava di passare dal telaio a longheroni alla scocca portante, quindi una rivoluzione. Che portò anche ad un altro incredibile record. Quello dei pezzi: una macchina normale oggi è composta da 15 mila parti, circa. Nella storia dell'auto poche arrivano ad avere 40 mila pezzi. Bene, una Silver Shadow è invece composta da 80 mila parti, quasi incredibile...

In ogni caso già nell’aspetto la debuttante Rolls segna una rottura netta con il passato. Le dimensioni restano imponenti (5,17 metri di lunghezza per 1,82 di larghezza), ma l’altezza è ridotta a 1,52 metri e il classico radiatore a “tempio greco”, sormontato dall’argentea statuetta “Spirit of Ecstasy” disegnata da Charles Sykes, si abbassa anch’esso di una decina di centimetri e si allarga (un’autentica eresia per i puristi più intransigenti), mentre come dicevamo viene abbandonato il telaio a favore della scocca portante, soluzione inedita per i tecnici britannici che si impegneranno al massimo per evitare comunque ogni effetto possibile di risonanza nocivo ai fini del mantenimento di un ambiente ovattato.

E’ sotto pelle, d’altra parte, che la Silver Shadow prende ancor più le distanze dagli antichi schemi e si tiene conto dell’esperienza di altri costruttori, come la Citroen considerata di riferimento per le avanzate tecnologie in tema di sicurezza e comfort. Fra le prerogative: sospensioni tutte indipendenti, che si avvalgono di un sistema pneumatico autolivellante, impianto frenante a quattro dischi e triplo circuito, servosterzo ad assistenza idraulica.

Il motore invece è derivato dall’ultima versione della Cloud: un V8 bicarburatore dalla sovrabbondante cilindrata di 6.223 cc con una potenza intorno ai 200 Cv, valore non dichiarato ufficialmente per tradizione della casa (troppo… volgare). Non si tratta ovviamente di un’unità dagli intenti sportivi ma, accompagnata da un cambio automatico Borg-Warner a quattro rapporti (o da un General Motors a tre per i modelli con guida a sinistra) garantisce una fluidità di marcia straordinaria ed è talmente silenziosa e ben insonorizzata da risultare appena avvertibile al minimo e mai invasiva neppure alle velocità elevate.

Del resto, l’obiettivo principale del costruttore è quello di garantire comodità ineguagliabili in un ambiente lussuoso e la nuova Rolls non solo offre un passo superiore ai 3 metri, che mette a disposizione spazio in abbondanza per chi occupa i posti posteriori (quelli veramente privilegiati, davanti è praticamente d’obbligo l’autista), ma conferma la cura artigianale degli allestimenti e la grande qualità di tutti i materiali utilizzati: dalla plancia e dalle finiture in radica pregiata, ai rivestimenti in pelle Connolly (la ditta di Ashford fornitrice dall’800 della famiglia reale inglese), alla soffice e spessa moquette, tutto lavorato a mano da maestranze specializzate.

Nonostante si tratti di un modello di svolta, infatti, la Shadow non viene meno ai criteri di eccellenza costruttiva esclusivi della Rolls Royce fin dalla sua nascita. In quel periodo la fabbrica di Crewe impiega una forza lavoro di 5.000 addetti per costruire appena qualche migliaio di auto all’anno e l’attenzione, fin ai minimi particolari, è maniacale pur a fronte dell’estrema complessità dei prodotti, dall’enorme numero di componenti che non ha riscontro in alcuna concorrente. I controlli sono scrupolosi (dieci ore di funzionamento al massimo regime per ogni motore e smontaggio delle venticinque unità precedenti se si riscontrano anomalie) e il mitico radiatore in acciaio inossidabile viene realizzato da dodici operai che siglano ciascuno la propria porzione d’intervento. Per non parlare della plancia, per la quale vengono “cesellati” almeno due rivestimenti in radica, per rispettare comunque le venature originali in caso di danni.

E’ evidente che, al di là delle infinite personalizzazioni possibili a richiesta (dalla verniciatura a campione a qualsiasi accessorio di lusso), la dotazione standard (si fa per dire) della Shadow soddisfa palati raffinati e non mancano condizionatore e molti comandi ad azionamento elettrico; ma c’è addirittura qualche mancanza, come l’assenza dello scatto antiabbagliante per il retrovisore interno o le alette parasole che non possono essere spostate lateralmente (di serie per molte “proletarie”).

Votata a garantire un trattamento da viaggi in prima classe (peraltro raramente alla guida c’è il proprietario), la nuova Rolls stacca comunque nettamente le precedenti in fatto di prestazioni: alla prova della rivista Quattroruote, supera i 180 km/h di velocità massima e, pesante oltre le due tonnellate, accelera da 0 a 100 km/h in 12 secondi (risultati più che soddisfacenti all’epoca). Da “ubriacona”, invece, i consumi (circa 4-5 km/lt in media ad andature moderate), ma non è davvero un problema per chi può permettersi un’auto di questo calibro, che costa in Italia 17 milioni di lire, come tre coeve Ferrari 275 GTB o trentasei Fiat 500 (ma oggi le sue quotazioni sono ai minimi storici: costa come una Panda...)

Nel 1969 la Silver Shadow cresce di cilindrata a 6.750 cc, con un incremento (sempre stimato) della potenza, e dal 1974 per il mercato USA viene adottata l’alimentazione ad iniezione. Nel 1977 arriva la seconda generazione con limitate modifiche estetiche, ma con una fascia in materiale sintetico sui paraurti che, pur necessaria, ha il sapore della “lesa maestà”. Dal 1980, i motori abbandonano definitivamente i carburatori, mentre già dal 1966 la gamma comprende varianti a passo lungo (più 11 centimetri) che, con le ultime serie prendono il nome di Silver Wraith II, ripreso dalla Rolls del rilancio postbellico del 1946.
Guardata con iniziale diffidenza dai clienti conservatori e non senza qualche problema di gioventù, la “rivoluzionaria” di Crewe avrà un buon successo: al saluto, nel 1981, oltre 30.000 le unità prodotte.

In parallelo, sempre dal 1965, vengono vendute anche un paio di migliaia di Bentley (marchio assorbito dalla Rolls Royce nel 1931) della Serie T, praticamente sorelle gemelle della Shadow, diverse soltanto in qualche particolare estetico e di assetto, tendenzialmente meno soggette all’obbligo dell’autista e destinate ad una clientela per certi aspetti perfino più elitaria.