Condivisione e narrazione. Sono due concetti moderni, il primo addirittura chiave di volta del mondo digitale. Li abbiamo trovati dentro un museo fisico e non virtuale, al Nicolis “dell’Auto, della Tecnica, della Meccanica“, inaugurato nel 2000 a Villafranca di Verona e creato da Luciano Nicolis. Un imprenditore venuto dal nulla, che raccoglieva carta da riciclare girando in bicicletta per i paesi vicino casa e che “pedalando in cerca di fortuna” sbirciava le poche auto in circolazione negli anni a cavallo della seconda guerra mondiale con il sogno di possederne una, “forse due, forse tre”.
Luciano – poi a capo di Lamacart, azienda leader internazionale nel recupero della carta - non c’è più, ma a ricevere al museo è sua figlia Silvia, presidente e appassionata di cultura. Un luogo di importanza europea, da segnare sulla mappa o da memorizzare sul navigatore: ci sono sette collezioni per circa 200 auto d’epoca, 120 biciclette, 105 moto, 500 macchine fotografiche, 120 strumenti musicali, 100 macchine per scrivere, piccoli velivoli, una rara collezione di circa 100 volanti di Formula 1 e centinaia di altre opere “dell’ingegno umano”, come vengono classificate. Un insieme di meraviglie messe insieme da Luciano Nicolis e delle quali amava ripetere: «Noi non siamo i proprietari di tutto questo, ne siamo i custodi per il futuro». Un limpido messaggio di condivisione. «Credo che questa visione – ci spiega Silvia Nicolis – nasca dal fatto che mio padre sia nato povero, cominciando dal carretto e dal cavallo, poi da un camioncino, poi da un’auto, con un senso di attaccamento alla terra e al Paese. Valori che mi ha trasferito, perché il lavoro di un imprenditore non significa far crescere solo un’azienda ma il territorio».
Il museo di Villafranca è un tempio della classica: diverse Alfa Romeo dal 1923, Ansaldo degli anni ’20 e ’30, un taxi cab Austin Heavy del 1937, e ancora delle Bianchi (una è del 1915), delle Bugatti, senza dimenticare le Bmw, Cadillac o la Borgward Isabella TS Coupé del 1959, marchio che si appresta a tornare sul mercato con modelli elettrici, e altro ancora. Non sono da meno le moto, dalle Benelli alle Indian, né le biciclette, da De Dion a Terrot. Annotando qua e là, impossibile ignorare che al museo Nicolis ci sono pure decine e decine di macchine da scrivere, in fondo un altro modo di guidare.
«La passione di mio padre per la meccanica fa parte del nome del museo – dice Silvia Nicolis – qui è il fil rouge. Ho un ricordo di bambina delle sue mani operaie, che mettevano a posto tutto ciò che era meccanico, dalle auto alle macchine da scrivere. Tutto opera dell’ingegno umano, perché ogni oggetto porta una innovazione. E ricordo anche che di ogni macchina da scrivere mi raccontava sempre la storia che c’era dietro. Diceva che era una passione nata smontando pezzi di automobili per riparare il furgone che usava nei primi anni di lavoro».
Chissà cosa voleva fare da piccola Silvia Nicolis. «Ho avuto la fortuna di crescere in un contesto originale, anche se per me era normale. Andavo per mercatini con mio padre e giocavo alla caccia al tesoro: in realtà cercavo dei fanali per lui, così come passavamo tempo in officina mentre riparava delle macchine». Poi l’idea di creare un museo, «da piccola non riuscivo a capire, per me il museo era il Louvre anche se sempre un luogo d’incontro dove condividere la conoscenza. Era il suo sogno e io l’ho vissuto come un sogno, poi anche come una ambizione professionale».
Si vedono giovani a Villafranca? «Sono più interessati quando riusciamo a proporre tematiche attuali. Come è avvenuto con una mostra sulla Vespa. C’è una tendenza al vintage fra i giovani, anche per questioni economiche, che fa moda ed è legata alla vita quotidiana. Qui c’è la possibilità di trovare punti di riferimento e certezze. Oggetti rassicuranti».
Luciano – poi a capo di Lamacart, azienda leader internazionale nel recupero della carta - non c’è più, ma a ricevere al museo è sua figlia Silvia, presidente e appassionata di cultura. Un luogo di importanza europea, da segnare sulla mappa o da memorizzare sul navigatore: ci sono sette collezioni per circa 200 auto d’epoca, 120 biciclette, 105 moto, 500 macchine fotografiche, 120 strumenti musicali, 100 macchine per scrivere, piccoli velivoli, una rara collezione di circa 100 volanti di Formula 1 e centinaia di altre opere “dell’ingegno umano”, come vengono classificate. Un insieme di meraviglie messe insieme da Luciano Nicolis e delle quali amava ripetere: «Noi non siamo i proprietari di tutto questo, ne siamo i custodi per il futuro». Un limpido messaggio di condivisione. «Credo che questa visione – ci spiega Silvia Nicolis – nasca dal fatto che mio padre sia nato povero, cominciando dal carretto e dal cavallo, poi da un camioncino, poi da un’auto, con un senso di attaccamento alla terra e al Paese. Valori che mi ha trasferito, perché il lavoro di un imprenditore non significa far crescere solo un’azienda ma il territorio».
Il museo di Villafranca è un tempio della classica: diverse Alfa Romeo dal 1923, Ansaldo degli anni ’20 e ’30, un taxi cab Austin Heavy del 1937, e ancora delle Bianchi (una è del 1915), delle Bugatti, senza dimenticare le Bmw, Cadillac o la Borgward Isabella TS Coupé del 1959, marchio che si appresta a tornare sul mercato con modelli elettrici, e altro ancora. Non sono da meno le moto, dalle Benelli alle Indian, né le biciclette, da De Dion a Terrot. Annotando qua e là, impossibile ignorare che al museo Nicolis ci sono pure decine e decine di macchine da scrivere, in fondo un altro modo di guidare.
«La passione di mio padre per la meccanica fa parte del nome del museo – dice Silvia Nicolis – qui è il fil rouge. Ho un ricordo di bambina delle sue mani operaie, che mettevano a posto tutto ciò che era meccanico, dalle auto alle macchine da scrivere. Tutto opera dell’ingegno umano, perché ogni oggetto porta una innovazione. E ricordo anche che di ogni macchina da scrivere mi raccontava sempre la storia che c’era dietro. Diceva che era una passione nata smontando pezzi di automobili per riparare il furgone che usava nei primi anni di lavoro».
Chissà cosa voleva fare da piccola Silvia Nicolis. «Ho avuto la fortuna di crescere in un contesto originale, anche se per me era normale. Andavo per mercatini con mio padre e giocavo alla caccia al tesoro: in realtà cercavo dei fanali per lui, così come passavamo tempo in officina mentre riparava delle macchine». Poi l’idea di creare un museo, «da piccola non riuscivo a capire, per me il museo era il Louvre anche se sempre un luogo d’incontro dove condividere la conoscenza. Era il suo sogno e io l’ho vissuto come un sogno, poi anche come una ambizione professionale».
Si vedono giovani a Villafranca? «Sono più interessati quando riusciamo a proporre tematiche attuali. Come è avvenuto con una mostra sulla Vespa. C’è una tendenza al vintage fra i giovani, anche per questioni economiche, che fa moda ed è legata alla vita quotidiana. Qui c’è la possibilità di trovare punti di riferimento e certezze. Oggetti rassicuranti».