Per esempio il nostro. Per esempio quest’anno, con l’emergenza sanitaria tuttora in atto. Bastano gli ospedali, i farmaci, i camici bianchi? No: un paese (per esempio il nostro) si cura anche con la solidarietà, l’amore, l’ospitalità. Perché, udite udite, anche chi scoppia di salute (specie in questo momento) può aver bisogno d’aiuto
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Un paese, il nostro Paese, che lentamente sta uscendo dall’emergenza. Ci stiamo lasciando alle spalle lutti, città assopite, quartieri presidiati, occhi ansiosi nascosti dietro ai vetri, scuole chiuse in casa, strade spettrali frequentate da pochissimi passeggiatori (con regolare autorizzazione) guardinghi e mascherati.
C’è chi si è ammalato ed è guarito; c’è poi chi non ce l’ha fatta, seppure curato come l’altro, seppure amato – come l’altro – dai suoi cari. C’è lui, c’è lei, ci sono loro; ci siamo noi.
Noi in un paese che ha pianto, che ha avuto paura e che, oggi, continua ad averne. Un paese che comunque continua a lavorare, a fare progetti, ad andare a scuola, a crescere figli, ad amare, ad aspettare chi non riesce più a correre…
Perché la vita continua; si continua a fare progetti, a costruire il futuro. Si continua a camminare, tutti insieme, per un presente vivibile ed un futuro pieno di opportunità. Per lui, per noi, per loro.
Lui, noi, loro. E lei: durante il lockdown, cifre alla mano, la violenza sulle donne ha registrato un incremento senza precedenti. C’era da aspettarselo: tutti a casa per decreto; non si va (non si poteva) andare a lavorare; non si può uscire nemmeno per una passeggiata, per allontanarsi – almeno un minuto – dal marito o dal compagno violento, dal padre padrone.
Tra marzo e maggio quasi seimila donne hanno contattato i centri antiviolenza in Italia. Tra queste circa duemila (il 30%) lo hanno fatto per la prima volta. Nuove vittime di una piaga che non si contiene con le mascherine e che in molti, troppi, fingono di non vedere. “Lavatevi spesso le mani”, ci dicono. Certo, ma non facciamolo nel senso pilatesco…! Alma Mater di Catanzaro
C’è anche dell’altro: l’emergenza covid, inevitabilmente, ha cancellato centinaia, migliaia di posti di lavoro. Uomini e donne che, da un giorno all’altro, si son trovati nella condizione di non poter fare la spesa, di non poter pagare le utenze, di non poter vestire i propri figli… È successo ai tanti lavoratori invisibili degradati a disoccupati altrettanto invisibili: niente indennità, niente cassa integrazione, niente di niente.
Torniamo alla domanda: come si cura un paese? Si cura con la solidarietà, con l’accoglienza, con la voglia di ospitare, di incontrare l’altro, di aspettarlo, di ascoltarlo.
Si può fare? Risposta affermativa. Un paese così c’è: è quello nostro. Un paese che cura o, meglio, si prende cura. Perché non c’è solo l’ospedale, la febbre, la convalescenza.
Anche quest’anno la campagna di comunicazione CEI per l’8xmille alla Chiesa Cattolica esordisce così: “C’è un Paese …”. Un Paese che “non ha mai smesso, nemmeno per un istante, di prendersi cura dei più deboli”.
Ottomila progetti, ogni anno, realizzati grazie all’8xmille. Per esempio? Per esempio la “Casa delle donne” a Cerreto Sannita (BN); qui vengono accolte e supportate donne (anche con bambini): centro ascolto, laboratori, progetti di reinserimento lavorativo… Mensa Caritas di Ladispoli (RM)
O, per esempio, Alma Mater a Catanzaro, casa di accoglienza per malati e le loro famiglie (non c’è solo il coronavirus, non dimentichiamolo). Ancora: la mensa Caritas di Ladispoli (RM) che, come le altre, ha registrato, per ovvi motivi, un boom di “clientela”.
C’è un Paese così. Un Paese che spende (e si spende) per… curarsi? Sì ma, soprattutto, per prendersi cura.