Quanto sono grandi due micron? Se avete un microscopio staccatevi un capello e tagliatelo in due, osservate la sezione, calcolate a occhio un cinquantesimo del totale e avrete le dimensioni delle ultime celle solari realizzate al Mit di Boston, il celeberrimo Massacchuset Institute of Technology, l’Himalaya del genio umano, dove il futuro è presente da un pezzo. Sistemate su sottilissimi pannelli di plastica, queste batterie possono essere indossate come un abito, oppure sottoforma di bracciale per dare energia illimitata al nostro smartphone, di fermacapelli per il computer, tende da ufficio per la fotocopiatrice o per la lavatrice in casa e via di questo passo, con futuribili giacche a vento collegate allo scooter o allo skateboard di vostro figlio.
Tra i prototipi già in funzione un paio di occhiali da sole che, nel semibuio di un ufficio bostoniano, riescono ad alimentare un orologio da tavolo (come dire che ogni tanto dall’Himalaya si scende a quote appenniniche, non solo per il dubbio design dell’occhiale ma per l’effetto grottesco di vedere centinaia di dipendenti vagolare come cauti blues brothers, sicuri soltanto dell’orario corrente).
[[ge:rep-locali:repubblica:129973091]]
Sciocchezze a parte, i laboratori del Mitei (la sezione d’avanguardia del Mit, alla quale collaborano le imprese più importanti del mondo) rispondono meglio di chiunque altro alle esigenze urgenti e tragiche dei nostri giorni, con milioni di cinesi costretti a tapparsi bocca e naso con la mascherina e altrettanti africani condannati a morte per semplice arretratezza tecnologica.
L’Italia è presente in questo trust planetario con l’unico soggetto in grado di competere a tali livelli, ovvero Eni. Da tempo il gruppo di San Donato investe risorse finanziarie e umane nell’uso e nello sviluppo di fonti alternative, a cominciare dal fotovoltaico. A questo proposito l’ultimo, sorprendente accordo raggiunto a Parigi sulla riduzione delle emissioni, ha quantomeno dato un segnale chiaro sugli indirizzi da seguire. Con il calo dei prezzi dei carburanti fossili si rischiava (e il pericolo, a dire il vero, permane), una pesante regressione ambientale, nel delicato equilibrio tra costi e ricavi, ancora più strategico per un gruppo come Eni, la cui condotta determina le sorti energetiche di un intero Paese.
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A scanso di equivoci Eni, oltre alla partecipazione al Mitei, ha messo sul piatto qualcosa di ancora più significativo, ovvero l’istituzione di una nuova direzione dedicata alle energie rinnovabili affidata a Luca Cosentino, manager di trentennale esperienza, a cui saranno affidate due nuove unità di ricerca, sul fotovoltaico e sulle biomasse.
L’amministratore delegato Eni, Claudio Descalzi, ammette i limiti del vecchio continente (“noi europei abbiamo dato il buon esempio ma valiamo il 10 per cento delle emissioni, troppo poco”) e insiste nel chiedere scelte precise e coraggiose per ribaltare quello che gli studi più autorevoli in materia prevedono, dando per buono l’obiettivo dei due gradi sottoscritto a Parigi, e cioè che stando così le cose fino al 2030 le fonti fossili copriranno più dei due terzi del fabbisogno di energia, mentre eolico e solare potranno soddisfare solo il 6% della domanda. “L’Europa deve parlare su questo con un’unica voce e mostrarsi come esempio. Se resta un’avanguardia solitaria non otterremo i risultati che servono”.
Essere massicciamente presenti, come lo è Eni, nel continente africano, lascia comunque intendere gli auspici del gruppo italiano, nella speranza che sempre più in fretta le “trivelle” puntino verso il cielo, sapendo che solo una tecnologia altamente sviluppata e una profonda conoscenza del territorio riesce a offrire risposte reali ai Paesi in via di sviluppo. In altre parole non accontentarsi di una cella fotovoltaica usata come accessorio in un rivoluzionario e tecnologico gilet, ma pretendere che dall’energia del sole venga fuori un bicchiere d’acqua per un bambino disidratato.
Tra i prototipi già in funzione un paio di occhiali da sole che, nel semibuio di un ufficio bostoniano, riescono ad alimentare un orologio da tavolo (come dire che ogni tanto dall’Himalaya si scende a quote appenniniche, non solo per il dubbio design dell’occhiale ma per l’effetto grottesco di vedere centinaia di dipendenti vagolare come cauti blues brothers, sicuri soltanto dell’orario corrente).
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Sciocchezze a parte, i laboratori del Mitei (la sezione d’avanguardia del Mit, alla quale collaborano le imprese più importanti del mondo) rispondono meglio di chiunque altro alle esigenze urgenti e tragiche dei nostri giorni, con milioni di cinesi costretti a tapparsi bocca e naso con la mascherina e altrettanti africani condannati a morte per semplice arretratezza tecnologica.
L’Italia è presente in questo trust planetario con l’unico soggetto in grado di competere a tali livelli, ovvero Eni. Da tempo il gruppo di San Donato investe risorse finanziarie e umane nell’uso e nello sviluppo di fonti alternative, a cominciare dal fotovoltaico. A questo proposito l’ultimo, sorprendente accordo raggiunto a Parigi sulla riduzione delle emissioni, ha quantomeno dato un segnale chiaro sugli indirizzi da seguire. Con il calo dei prezzi dei carburanti fossili si rischiava (e il pericolo, a dire il vero, permane), una pesante regressione ambientale, nel delicato equilibrio tra costi e ricavi, ancora più strategico per un gruppo come Eni, la cui condotta determina le sorti energetiche di un intero Paese.
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A scanso di equivoci Eni, oltre alla partecipazione al Mitei, ha messo sul piatto qualcosa di ancora più significativo, ovvero l’istituzione di una nuova direzione dedicata alle energie rinnovabili affidata a Luca Cosentino, manager di trentennale esperienza, a cui saranno affidate due nuove unità di ricerca, sul fotovoltaico e sulle biomasse.
L’amministratore delegato Eni, Claudio Descalzi, ammette i limiti del vecchio continente (“noi europei abbiamo dato il buon esempio ma valiamo il 10 per cento delle emissioni, troppo poco”) e insiste nel chiedere scelte precise e coraggiose per ribaltare quello che gli studi più autorevoli in materia prevedono, dando per buono l’obiettivo dei due gradi sottoscritto a Parigi, e cioè che stando così le cose fino al 2030 le fonti fossili copriranno più dei due terzi del fabbisogno di energia, mentre eolico e solare potranno soddisfare solo il 6% della domanda. “L’Europa deve parlare su questo con un’unica voce e mostrarsi come esempio. Se resta un’avanguardia solitaria non otterremo i risultati che servono”.
Essere massicciamente presenti, come lo è Eni, nel continente africano, lascia comunque intendere gli auspici del gruppo italiano, nella speranza che sempre più in fretta le “trivelle” puntino verso il cielo, sapendo che solo una tecnologia altamente sviluppata e una profonda conoscenza del territorio riesce a offrire risposte reali ai Paesi in via di sviluppo. In altre parole non accontentarsi di una cella fotovoltaica usata come accessorio in un rivoluzionario e tecnologico gilet, ma pretendere che dall’energia del sole venga fuori un bicchiere d’acqua per un bambino disidratato.