Era il 10 febbraio 2006, quando all’ex stadio Comunale di Torino, ribattezzato “Olimpico” al termine della sua messa a nuovo, il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi dichiarava aperta la XX edizione dei Giochi Olimpici Invernali. Gli ultimi che il nostro Paese abbia avuto il pregio di ospitare: per tornare a rivivere quei magici momenti alle nostre latitudini, ci tocca sperare nel buon esito della candidatura di Roma 2024.
Le prime Olimpiadi Invernali nel cuore di una grande città furono un successo: 80 delegazioni partecipanti, 2633 atleti, a cui si sommarono 2500 tecnici e accompagnatori delle nazionali, 2300 rappresentanti del CIO, dei Comitati Olimpici Nazionali e delle federazioni sportive, oltre a 650 tra giudici e arbitri. E per sottolineare la straordinarietà di un evento che rimane nella storia, basta ricordare che la cerimonia d’apertura con 1,8 miliardi di contatti è risultato il programma televisivo più visto al mondo nel 2006, vincitore di ben due Emmy Award.
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Ma questi ingredienti molto spesso non sono sufficienti per riuscire a “vincere un Olimpiade”. Lo sanno bene ad Atene, dove l’enorme sforzo prodotto per il grande evento del 2004 segnò l’inizio, più o meno simbolico, del declino. E non lo dimenticano nella “nuova” Barcellona, completamente trasformata dal post-1992: per vincere un Olimpiade serve una programmazione che parte da lontano, frutto di un coinvolgimento attivo di ogni settore della comunità territoriale.
Questo a Torino è avvenuto e non è un caso che l’eredità immateriale sia stata immensa. Perché la Città aveva già tracciato la strada, sapeva dove andare. Perché le Olimpiadi hanno fatto parte di un percorso di trasformazione partito più di un decennio prima e che in quell’occasione ha trovato uno slancio (va ricordato che il primo piano strategico in Italia è stato partorito qui, nel 2000: l’anno scorso è stato presentato il terzo). Perché i torinesi hanno messo da parte la sfiducia, il pessimismo, la paura che ha accompagnato i preparativi, dando il loro contributo per il successo di quella sfida.
Da quei giorni, la Città che chiudeva ad agosto e in cui lunghe file di bus - durante la notte- la attraversavano per il cambio turno nella grande Fabbrica illuminata a giorno, non ha mai smesso di forgiare la sua nuova identità culturale, artistica, del sapere, dell’innovazione. Resa evidente dalle lunghe code nei musei, dagli affollati eventi musicali in piazza, dalla vitalità dei nuovi centri, dagli oltre centomila universitari che ogni giorno costruiscono sotto la Mole il proprio futuro. Sull’eredità materiale, la discussione è aperta: d’altra parte nessuno hai mai pensato di trasformare un popolo di pallonari in sfegatati del curling. Ed è vero che la legacy sportiva si è palesata nei World Master Games, con il titolo di Capitale Europea dello Sport 2015, con il Torneo Preolimpico di Basket del luglio prossimo e negli appuntamenti già fissati per gli anni a venire. Né va dimenticato l’orgoglio degli organizzatori, che proprio poche settimane fa hanno ricevuto in pompa magna la delegazione pechinese, giunta con l’intento di trarre ispirazione dal “caso Torino” per l’allestimento della loro edizione 2022.
E a 10 anni dall’arrivo della fiaccola disegnata da Pininfarina (la più efficiente della storia dei Giochi con solo cinque spegnimenti totali a fronte dei consueti 5-10 quotidiani), i piemontesi bugianen (letteralmente: “non ci muoviamo”) si sono presi la loro rivincita. Torino è oggi l’unica città italiana che secondo il New York Times meriti di essere visitata in Italia. Un riconoscimento, quello arrivato da Oltreoceano, certamente figlio della notorietà conquistata nelle due settimane olimpiche. Ma soprattutto- ed è più rilevante- frutto della capacità di valorizzarne l’eredità anche negli anni successivi. Per questo, nel Decennale di quella Olimpiade, il “Viaggio continua”.
Le prime Olimpiadi Invernali nel cuore di una grande città furono un successo: 80 delegazioni partecipanti, 2633 atleti, a cui si sommarono 2500 tecnici e accompagnatori delle nazionali, 2300 rappresentanti del CIO, dei Comitati Olimpici Nazionali e delle federazioni sportive, oltre a 650 tra giudici e arbitri. E per sottolineare la straordinarietà di un evento che rimane nella storia, basta ricordare che la cerimonia d’apertura con 1,8 miliardi di contatti è risultato il programma televisivo più visto al mondo nel 2006, vincitore di ben due Emmy Award.
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Ma questi ingredienti molto spesso non sono sufficienti per riuscire a “vincere un Olimpiade”. Lo sanno bene ad Atene, dove l’enorme sforzo prodotto per il grande evento del 2004 segnò l’inizio, più o meno simbolico, del declino. E non lo dimenticano nella “nuova” Barcellona, completamente trasformata dal post-1992: per vincere un Olimpiade serve una programmazione che parte da lontano, frutto di un coinvolgimento attivo di ogni settore della comunità territoriale.
Questo a Torino è avvenuto e non è un caso che l’eredità immateriale sia stata immensa. Perché la Città aveva già tracciato la strada, sapeva dove andare. Perché le Olimpiadi hanno fatto parte di un percorso di trasformazione partito più di un decennio prima e che in quell’occasione ha trovato uno slancio (va ricordato che il primo piano strategico in Italia è stato partorito qui, nel 2000: l’anno scorso è stato presentato il terzo). Perché i torinesi hanno messo da parte la sfiducia, il pessimismo, la paura che ha accompagnato i preparativi, dando il loro contributo per il successo di quella sfida.
Da quei giorni, la Città che chiudeva ad agosto e in cui lunghe file di bus - durante la notte- la attraversavano per il cambio turno nella grande Fabbrica illuminata a giorno, non ha mai smesso di forgiare la sua nuova identità culturale, artistica, del sapere, dell’innovazione. Resa evidente dalle lunghe code nei musei, dagli affollati eventi musicali in piazza, dalla vitalità dei nuovi centri, dagli oltre centomila universitari che ogni giorno costruiscono sotto la Mole il proprio futuro. Sull’eredità materiale, la discussione è aperta: d’altra parte nessuno hai mai pensato di trasformare un popolo di pallonari in sfegatati del curling. Ed è vero che la legacy sportiva si è palesata nei World Master Games, con il titolo di Capitale Europea dello Sport 2015, con il Torneo Preolimpico di Basket del luglio prossimo e negli appuntamenti già fissati per gli anni a venire. Né va dimenticato l’orgoglio degli organizzatori, che proprio poche settimane fa hanno ricevuto in pompa magna la delegazione pechinese, giunta con l’intento di trarre ispirazione dal “caso Torino” per l’allestimento della loro edizione 2022.
E a 10 anni dall’arrivo della fiaccola disegnata da Pininfarina (la più efficiente della storia dei Giochi con solo cinque spegnimenti totali a fronte dei consueti 5-10 quotidiani), i piemontesi bugianen (letteralmente: “non ci muoviamo”) si sono presi la loro rivincita. Torino è oggi l’unica città italiana che secondo il New York Times meriti di essere visitata in Italia. Un riconoscimento, quello arrivato da Oltreoceano, certamente figlio della notorietà conquistata nelle due settimane olimpiche. Ma soprattutto- ed è più rilevante- frutto della capacità di valorizzarne l’eredità anche negli anni successivi. Per questo, nel Decennale di quella Olimpiade, il “Viaggio continua”.