IL SAPONE ha un prezzo. No, non solo quello scritto sull’etichetta e che paghiamo alla cassa del supermercato. Anche e soprattutto quello ecologico. Solido, liquido, gel, in scaglie, schiuma. Mille forme, consistenze e profumazioni diverse che tuttavia producono quasi tutte lo stesso effetto. Cioè un’enorme mole di tensioattivi inutilizzati e dispersi nell’ambiente. Senza contare l’impatto legato al trasporto di grandi quantità di prodotti e lo spreco di acqua. Insomma, lavarci le mani fa più male che bene all’ambiente.
È in questo passaggio che s’inserisce la storia del 46enne Danilo Ronco, imprenditore nel campo della ristorazione, che con la sua Roncolab ha deciso di impegnarsi nella ricerca di un modo diverso, più sostenibile, artigianale e razionale, per utilizzare il sapone. Soprattutto in quelle realtà come stazioni, aeroporti, uffici pubblici, siti produttivi, cinema e luoghi d’intrattenimento e ristoranti. Il risultato è My Soap.
Di cosa si tratta? Facile. Di un prodotto a base di cellulosa imbevuto di agenti detergenti da utilizzare ovviamente per l’igiene personale. Si tratta in sostanza di pezzi di carta raccolti in rotoli grandi quanto quelli degli scontrini. Niente più di un foglietti solubili in acqua che scompaiono nel momento in cui entrano in contatto col liquido: rilasciano le quantità strettamente necessarie di tensioattivi sulle mani evitando accumuli o sprechi nelle acque di scarico e nei sanitari. Basta sfregarsi un paio di volte e My Soap non c’è più. Volatilizzato.
Un’idea che dall’artigianato sposa la tecnologia e parte da un’intuizione basilare. Ronco è infatti proprietario di un noto ristorante piemontese specializzato in ricevimenti di matrimonio. My Soap è nato proprio lì, assistendo allo spreco di risorse, carta e saponi, nei bagni del suo ristorante in occasione delle cerimonie. Classico esempio, insomma, di intuito italico in salsa 2.0. Con un aspetto comunicativo non secondario: ogni dose di My Soap potrà per esempio proporre un messaggio pubblicitario con contenuti personalizzabili. Il primo spot che ti si scioglie in mano.
"Ore di prove, ricerche, soldi spesi – racconta Ronco illustrando il percorso di ricerca – si arriva all’obiettivo solo con un mix di esperienza, conoscenza, fisica, chimica e soprattutto pensando in modo non normale, fuori dagli schemi. La mia più grande difficoltà è stata fare capire a ingegneri e tecnici del mondo cartario che non saremmo mai arrivati da nessuna parte pensandola in modo di verso. Non a caso, i nodi più complicati sono sempre stati risolti da esperti in altri settori".
Tornando all’aspetto progettuale, la missione di Roncolab – la startup che sostiene il progetto My Soap incubata all’I3P di Torino a cui hanno preso parte anche altri professionisti – è appunto lanciare il "sapone di terza generazione" dopo quelli solido e liquido. Una soluzione green e a basso costo: basti pensare che un rotolo di My Soap equivale a circa sei flaconi da 250 cl di normale sapone liquido. Dunque, a parità di "potere igienico", si riduce l’impatto inquinante a un sesto. Senza contare l’eliminazione del packaging. L’aspetto ecorispettoso parte in realtà fin dalla fase produttiva: i materiali di scarto di My Soap – che viene erogato con un dispenser frutto di un contest tra 150 studenti di design del Politecnico piemontese – vengono recuperati e reintrodotti nel ciclo produttivo mentre il tensioattivo è di origine vegetale e la cellulosa proviene solamente da alberi di piantumazione.
È in questo passaggio che s’inserisce la storia del 46enne Danilo Ronco, imprenditore nel campo della ristorazione, che con la sua Roncolab ha deciso di impegnarsi nella ricerca di un modo diverso, più sostenibile, artigianale e razionale, per utilizzare il sapone. Soprattutto in quelle realtà come stazioni, aeroporti, uffici pubblici, siti produttivi, cinema e luoghi d’intrattenimento e ristoranti. Il risultato è My Soap.
Di cosa si tratta? Facile. Di un prodotto a base di cellulosa imbevuto di agenti detergenti da utilizzare ovviamente per l’igiene personale. Si tratta in sostanza di pezzi di carta raccolti in rotoli grandi quanto quelli degli scontrini. Niente più di un foglietti solubili in acqua che scompaiono nel momento in cui entrano in contatto col liquido: rilasciano le quantità strettamente necessarie di tensioattivi sulle mani evitando accumuli o sprechi nelle acque di scarico e nei sanitari. Basta sfregarsi un paio di volte e My Soap non c’è più. Volatilizzato.
Un’idea che dall’artigianato sposa la tecnologia e parte da un’intuizione basilare. Ronco è infatti proprietario di un noto ristorante piemontese specializzato in ricevimenti di matrimonio. My Soap è nato proprio lì, assistendo allo spreco di risorse, carta e saponi, nei bagni del suo ristorante in occasione delle cerimonie. Classico esempio, insomma, di intuito italico in salsa 2.0. Con un aspetto comunicativo non secondario: ogni dose di My Soap potrà per esempio proporre un messaggio pubblicitario con contenuti personalizzabili. Il primo spot che ti si scioglie in mano.
"Ore di prove, ricerche, soldi spesi – racconta Ronco illustrando il percorso di ricerca – si arriva all’obiettivo solo con un mix di esperienza, conoscenza, fisica, chimica e soprattutto pensando in modo non normale, fuori dagli schemi. La mia più grande difficoltà è stata fare capire a ingegneri e tecnici del mondo cartario che non saremmo mai arrivati da nessuna parte pensandola in modo di verso. Non a caso, i nodi più complicati sono sempre stati risolti da esperti in altri settori".
Tornando all’aspetto progettuale, la missione di Roncolab – la startup che sostiene il progetto My Soap incubata all’I3P di Torino a cui hanno preso parte anche altri professionisti – è appunto lanciare il "sapone di terza generazione" dopo quelli solido e liquido. Una soluzione green e a basso costo: basti pensare che un rotolo di My Soap equivale a circa sei flaconi da 250 cl di normale sapone liquido. Dunque, a parità di "potere igienico", si riduce l’impatto inquinante a un sesto. Senza contare l’eliminazione del packaging. L’aspetto ecorispettoso parte in realtà fin dalla fase produttiva: i materiali di scarto di My Soap – che viene erogato con un dispenser frutto di un contest tra 150 studenti di design del Politecnico piemontese – vengono recuperati e reintrodotti nel ciclo produttivo mentre il tensioattivo è di origine vegetale e la cellulosa proviene solamente da alberi di piantumazione.