Conviene ricordare, magari per capire, però anche così, per diletto, gratis. Come al solito non si scopre nulla, ma il cinema resta fonte storica e specchio di poesia e contraddizioni che a rivederle sullo schermo, tra lotta di classe, Lsd a colazione, orge, ruderi e proclami, restituiscono l’eterno di una città e il trambusto di un’epoca. In questo senso tutto era davvero possibile a Roma alla metà degli anni 70 e pochi altri documenti lo dimostrano meglio di Glauber, Claro, lungometraggio che l’artista César Meneghetti ha dedicato al film che il grande regista Glauber Rocha, il Godard brasiliano, girò avventurosamente a Roma nel 1975, Claro appunto, e che la festa del Cinema ha appena proposto all’Auditorium in anteprima mondiale.
Pellicola ultra datata e insieme futuribile, underground tropicalista a piazza Navona, modelle che si rotolano sotto il Colosseo, ritmi di bossa nova all’Isola Tiberina fra arcan…
Pellicola ultra datata e insieme futuribile, underground tropicalista a piazza Navona, modelle che si rotolano sotto il Colosseo, ritmi di bossa nova all’Isola Tiberina fra arcan…
Conviene ricordare, magari per capire, però anche così, per diletto, gratis. Come al solito non si scopre nulla, ma il cinema resta fonte storica e specchio di poesia e contraddizioni che a rivederle sullo schermo, tra lotta di classe, Lsd a colazione, orge, ruderi e proclami, restituiscono l’eterno di una città e il trambusto di un’epoca. In questo senso tutto era davvero possibile a Roma alla metà degli anni 70 e pochi altri documenti lo dimostrano meglio di Glauber, Claro, lungometraggio che l’artista César Meneghetti ha dedicato al film che il grande regista Glauber Rocha, il Godard brasiliano, girò avventurosamente a Roma nel 1975, Claro appunto, e che la festa del Cinema ha appena proposto all’Auditorium in anteprima mondiale.
Pellicola ultra datata e insieme futuribile, underground tropicalista a piazza Navona, modelle che si rotolano sotto il Colosseo, ritmi di bossa nova all’Isola Tiberina fra arcani simbolismi e bardature politiche che a 45 anni di distanza si disvelano comprensibilmente alleggerite in qualche allegra trattoria, tra Sperlonga e Campo de’ Fiori.
Già ragazzo prodigio e fondatore del Cinema Novo in patria, poi censurato e sotto minaccia, quindi vulcanico giramondo apprezzato dei più grandi cineasti europei, iper-ideologico per quanto simpatico e fascinosissimo, Glauber Rocha giunse a Roma con l’idea che fosse la culla dell’imperialismo. Osservò i monumenti con sguardo terzomondista, incantò gli intellettuali finendo pure lui, come succede, sedotto dalla città e dalle sue visioni.
Con garbata passione Meneghetti, che è brasiliano, ma anche un po’ romano, l’ha pedinato per le vie e le case interrogando attori e testimoni sul backstage di quell’impresa abbastanza pazzesca, dato che sul set quasi sempre Glauber improvvisava, accettava lieto che i raggi del sole entrassero nella macchina da presa, amoreggiava con tre sue attrici in contemporanea e ogni tanto mollava baracca e burattini.
Tutto ciò era detto, a quel tempo, libertà. Di Roma dovette conquistarlo il gran mischione nel quale da sempre ogni artista viene immediatamente a sentirsi parte: Bertolucci e i coatti, Carmelo Bene (che nel film compare vestito da donna) e il cine-gesuita padre Arpa, la Cgil, Lotta continua e alcuni astuti produttori che lo tirarono fuori dai guai in Congo, dove gli avevano sequestrato il materiale di un altro film.
Morì nel 1981 a 41 anni. Scrive da laggiù Meneghetti che gli hanno intitolato l’aeroporto della sua città, Vitória da Conquista, ma che il giorno dell’inaugurazione il presidente Bolsonaro si è presentato con un cappello da cangaceiro in testa e una claque di energumeni, ha strillato contro il mondo democratico ed è riuscito a non nominare nemmeno per un secondo il nome di Glauber Rocha.[[ge:rep-locali:rep:271225731]]Sul Venerdì del 23 ottobre 2020
Pellicola ultra datata e insieme futuribile, underground tropicalista a piazza Navona, modelle che si rotolano sotto il Colosseo, ritmi di bossa nova all’Isola Tiberina fra arcani simbolismi e bardature politiche che a 45 anni di distanza si disvelano comprensibilmente alleggerite in qualche allegra trattoria, tra Sperlonga e Campo de’ Fiori.
Già ragazzo prodigio e fondatore del Cinema Novo in patria, poi censurato e sotto minaccia, quindi vulcanico giramondo apprezzato dei più grandi cineasti europei, iper-ideologico per quanto simpatico e fascinosissimo, Glauber Rocha giunse a Roma con l’idea che fosse la culla dell’imperialismo. Osservò i monumenti con sguardo terzomondista, incantò gli intellettuali finendo pure lui, come succede, sedotto dalla città e dalle sue visioni.
Con garbata passione Meneghetti, che è brasiliano, ma anche un po’ romano, l’ha pedinato per le vie e le case interrogando attori e testimoni sul backstage di quell’impresa abbastanza pazzesca, dato che sul set quasi sempre Glauber improvvisava, accettava lieto che i raggi del sole entrassero nella macchina da presa, amoreggiava con tre sue attrici in contemporanea e ogni tanto mollava baracca e burattini.
Tutto ciò era detto, a quel tempo, libertà. Di Roma dovette conquistarlo il gran mischione nel quale da sempre ogni artista viene immediatamente a sentirsi parte: Bertolucci e i coatti, Carmelo Bene (che nel film compare vestito da donna) e il cine-gesuita padre Arpa, la Cgil, Lotta continua e alcuni astuti produttori che lo tirarono fuori dai guai in Congo, dove gli avevano sequestrato il materiale di un altro film.
Morì nel 1981 a 41 anni. Scrive da laggiù Meneghetti che gli hanno intitolato l’aeroporto della sua città, Vitória da Conquista, ma che il giorno dell’inaugurazione il presidente Bolsonaro si è presentato con un cappello da cangaceiro in testa e una claque di energumeni, ha strillato contro il mondo democratico ed è riuscito a non nominare nemmeno per un secondo il nome di Glauber Rocha.[[ge:rep-locali:rep:271225731]]Sul Venerdì del 23 ottobre 2020