Una Primula non fa primavera. Peccato, e nemmeno si può dire che sarà per un’altra volta perché dopo il fallimento dell’app Immuni e il diffuso dileggio sui banchi di scuola a rotelle la precipitazione creativa del Commissariato anti-Covid sconsiglia ulteriori esperimenti d’incompiuta fantasia, macchine da palcoscenico virtuale per l’emergenza. Nel frattempo s’è capito che anche i padiglioni smontabili a forma di fiore rischiano di andare a ramengo. Purtroppo, perché l’idea di strutture semimobili per le vaccinazioni non era poi così male e il lavoro svolto gratuitamente dall’architetto Boeri poteva essere impiegato meglio.
Eppure già c’era lo slogan (“L’Italia rinasce con un fiore”), c’era il rendering dei tendoni dislocati nelle più famose piazze d’Italia, c’era il video promozionale con la colonna sonora di Ludovico Einaudi; e alle prime …
Eppure già c’era lo slogan (“L’Italia rinasce con un fiore”), c’era il rendering dei tendoni dislocati nelle più famose piazze d’Italia, c’era il video promozionale con la colonna sonora di Ludovico Einaudi; e alle prime …
Una Primula non fa primavera. Peccato, e nemmeno si può dire che sarà per un’altra volta perché dopo il fallimento dell’app Immuni e il diffuso dileggio sui banchi di scuola a rotelle la precipitazione creativa del Commissariato anti-Covid sconsiglia ulteriori esperimenti d’incompiuta fantasia, macchine da palcoscenico virtuale per l’emergenza. Nel frattempo s’è capito che anche i padiglioni smontabili a forma di fiore rischiano di andare a ramengo. Purtroppo, perché l’idea di strutture semimobili per le vaccinazioni non era poi così male e il lavoro svolto gratuitamente dall’architetto Boeri poteva essere impiegato meglio.
Eppure già c’era lo slogan (“L’Italia rinasce con un fiore”), c’era il rendering dei tendoni dislocati nelle più famose piazze d’Italia, c’era il video promozionale con la colonna sonora di Ludovico Einaudi; e alle prime difficoltà economiche è arrivato pure il progetto di raccolta fondi e sponsorizzazioni (“Adotta una primula”) con targhe personalizzate e vari gradi di sostenitori. Ma a parte che non c’erano i vaccini, che subito le Regioni si sono messe di traverso, e che tutto sarebbe venuto a costare troppo, 8,5 milioni, il dubbio è che anche stavolta mancava la sostanza, mancava il senso della realtà, mancava la vita con i suoi contrattempi, le sue sorprese e le sue inevitabili contraddizioni. Così, dinanzi all’ennesima iniziativa calata dall’alto fin nei dettagli, ecco che il destino delle Primule in fondo era già segnato: magnifici fiori senza futuro, appassiti perché recisi dalla terra madre.
E a questo punto magari varrà la pena di fermarsi un attimo a riflettere non solo sul “marketing attrattivo”, come l’ha designato il commissario Arcuri, o sulla comunicazione che si mangia il prodotto in nome di un flusso indistinto di glamour, fashion, smart, friendly, ma su quel che di profondo le crisi rivelano di un popolo. Per cui sembra qui di scorgere qualcosa che va al cuore di un’antica dannazione tutta nostra, tutta italiana, che fa del genio una trappola e dell’ingegno una dissipazione cialtrona ai limiti dell’impostura. È storia antica: il Quinto Centro Siderurgico di Gioia Tauro, il Ponte (di recente anche il tunnel) sullo Stretto, l’Alta Velocità ferroviaria, lo Stadio della Roma, il Poliziotto di quartiere, i Navigator.
Quante energie spese a inventare, evocare, illustrare, lucidare e promettere queste cose maiuscole e necessarie che non esistono! Nel suo magistrale (e scritto in inglese) The Italians Luigi Barzini junior sosteneva che nel nostro Paese la rappresentazione era importante quasi come la realtà. Era il 1964. Il dilemma è se dopo mezzo secolo e più non sia avvenuto il sorpasso; se il potere delle immagini non abbia preso definitivamente in ostaggio l’esistenza – e fino a quando.
Sul Venerdì del 19 febbraio 2021
Eppure già c’era lo slogan (“L’Italia rinasce con un fiore”), c’era il rendering dei tendoni dislocati nelle più famose piazze d’Italia, c’era il video promozionale con la colonna sonora di Ludovico Einaudi; e alle prime difficoltà economiche è arrivato pure il progetto di raccolta fondi e sponsorizzazioni (“Adotta una primula”) con targhe personalizzate e vari gradi di sostenitori. Ma a parte che non c’erano i vaccini, che subito le Regioni si sono messe di traverso, e che tutto sarebbe venuto a costare troppo, 8,5 milioni, il dubbio è che anche stavolta mancava la sostanza, mancava il senso della realtà, mancava la vita con i suoi contrattempi, le sue sorprese e le sue inevitabili contraddizioni. Così, dinanzi all’ennesima iniziativa calata dall’alto fin nei dettagli, ecco che il destino delle Primule in fondo era già segnato: magnifici fiori senza futuro, appassiti perché recisi dalla terra madre.
E a questo punto magari varrà la pena di fermarsi un attimo a riflettere non solo sul “marketing attrattivo”, come l’ha designato il commissario Arcuri, o sulla comunicazione che si mangia il prodotto in nome di un flusso indistinto di glamour, fashion, smart, friendly, ma su quel che di profondo le crisi rivelano di un popolo. Per cui sembra qui di scorgere qualcosa che va al cuore di un’antica dannazione tutta nostra, tutta italiana, che fa del genio una trappola e dell’ingegno una dissipazione cialtrona ai limiti dell’impostura. È storia antica: il Quinto Centro Siderurgico di Gioia Tauro, il Ponte (di recente anche il tunnel) sullo Stretto, l’Alta Velocità ferroviaria, lo Stadio della Roma, il Poliziotto di quartiere, i Navigator.
Quante energie spese a inventare, evocare, illustrare, lucidare e promettere queste cose maiuscole e necessarie che non esistono! Nel suo magistrale (e scritto in inglese) The Italians Luigi Barzini junior sosteneva che nel nostro Paese la rappresentazione era importante quasi come la realtà. Era il 1964. Il dilemma è se dopo mezzo secolo e più non sia avvenuto il sorpasso; se il potere delle immagini non abbia preso definitivamente in ostaggio l’esistenza – e fino a quando.
Sul Venerdì del 19 febbraio 2021