Tanto va la gatta al lardo, che ci lascia lo zampino, ma anche l’immancabile farfallino, però da qualche giorno pure il braccialettino azzurro con tanto di mini croce distintiva da dandy cristianista, inedito assoluto
nel pur variopinto teatro politico all’italiana.
È un tempo futile, estetizzante, arido di idee e progetti, così nelle rubriche neurovisive ci si aggrappa ai particolari e da essi si prova a trarre degli oracoli che lasciano il tempo che trovano. Uno di questi, osservando la foto qui sopra, è che il senatore della Lega Simone Pillon, punta di lancia del tradizionalismo su questioni di legge Zan, si sta definitivamente innamorando di se stesso, o forse del personaggio che i media e gli avversari gli hanno creato addosso, la questione è insieme semplice e intricatissima nel suo sdoppiamento psicologico, ma negli esiti politici ancora di più.
Ora, non s’intende qui affrontare le opinioni di Pillon sul Papa di prima e di adesso, o su Dio, la fede, i santi, il crocifisso negli uffici, il ruolo delle donne, il gender, l’utero in affitto, la famiglia naturale, l’omofobia, Bibbiano, i rapper che esagerano o il porno che il senatore vorrebbe bloccare in rete. È del tutto normale che ci sia chi la pensa in modo diverso, tanto più su queste faccende, e tale diversità è perfino utile alla convivenza e alla democrazia. Ma l’impressione è che il cordino da polso in tinta con crocettina, pregevole articolo di bigiotteria civettuola ad alto tasso di riconoscibilità ideologica, indichi nel suo “di più” una metamorfosi abbastanza chiara; e se nel ritratto di Stefano Montesi si nota anche la manina
che accarezza la barba, l’occhietto vispo e l’espressione di compiaciuto appagamento, ecco che Simone Pillon – ne tengano conto quelli che lui stesso in egotico slancio chiama “pillonòfobi” – insomma: sta diventando un formidabile piacione.
Anni e anni di osservazione degli uomini politici, che sono anche loro esseri umani, hanno finito per forgiare una specie di protocollo sequenziale del narcisismo. Dapprima il soggetto, non appena individua un fotografo o una telecamera, tende ad assumere il volto, il contegno e la postura che valorizzino la sua virtù; nella seconda fase della sindrome, forse la più pericolosa, viene ripreso quando non lo sa, ma soprattutto comincia a sentirsi ripreso quando non lo è, perciò “fa le facce” e “il fenomeno” (leggi anche: il fanatico). Nella terza, tipica della sovraesposizione e dilatata dal riverbero social, lavora sugli abiti, che diventano costumi di scena e – vedi lo step di Pillon – sugli accessori. Nell’ultima e terminale si inventa qualsiasi pretesto per far parlare di sé e rivedersi sui media. Tutto questo è molto umano. Per fortuna anche abbastanza innocuo.
Sul Venerdì dell'11 giugno 2021