Ma siamo sicuri che la magnifica foto dei Grandi della Terra con i medici e gli infermieri dello Spallanzani è reale e servirà a qualcosa? Già l’idea e l’allestimento erano un tale capolavoro di comunicazione da sentirsiin colpa anche solo a dubitare. Più che una foto, in realtà, sembra una parata, una coreografia, un tableau vivant a sorpresa, un flash mob istituzionale, una sacra rappresentazione e inclusiva; là dove in perfetta simmetria di potenti ed eroi, il gioco delle luci e la combinazione dei colori appianano qualsiasi conflittualità interna. Un’immagine corale che è anche un ringraziamento, un monito, una promessa e un’emozione.
Ecco, però: quanto dura e cosa trasmette un’emozione? E per quanto dinanzi a una foto ci si possa sempre sbagliare, più passa il tempo, più l’emozione evapora e più si avverte che quell’iconografia abbagliante e di largo consumo rischia di cadere nel suo stesso tranello illusionistico. Che sarebbe un modo complicato, ma gentile, per dire che la Foto Perfetta manca esattamente di quella sostanza di cui vorrebbe invece essere ricolma: la realtà.
Più che un giudizio politico o morale, figurarsi, si tratta di una sensazione, per giunta ultra-soggettiva. Sul complesso rapporto fra potere e pandemia è troppo presto per giudicare. Forse è l’inscatolamento nella Nuvola ad ampliare l’effetto artificiale; forse è tutto quel blu che in natura non esiste. Ma proprio perché si tratta di una percezione, di un dato sensoriale, è difficilissimo tornare indietro, rimuovere i dubbi e accogliere l’immagine accettando al cento per cento il messaggio che l’ha così ben confezionata. Così, a dirla tutta, si osserva ancora una volta quell’insieme di bandiere, grisaglie, camici bianchi, tute di primo intervento e nel migliore dei casi viene da pensare allo zuccherino che si dà ai bimbi per fargli inghiottire la medicina amara; mentre nel peggiore il sospetto evoca l’azione di un efficace anestetico per spostare più in là la tensione e l’inquietudine, che non mancano.
Si dirà: che modo oscuro e cervellotico per dar conto di una foto non solo positiva, ma che parla da sé. Può essere, ma l’altra settimana sull’Avvenire l’artista italo-argentino Raul Gabriel ha affrontato l’emergere, specialmente in rete e sulle piattaforme elettroniche condivise, di un concetto e di una pratica che sta scalzando l’estetica e ha il nome, inesorabilmente anglofono, di visually satisfying, appagamento visuale. Immagini soprattutto belle di grande risoluzione, quindi a loro modo rilassanti, fluidi colorati, geometrie mobili, pesci e farfalle di estremo equilibrio cromatico, ingranaggi che si incastrano al millimetro per la ricomposizione di un ordine a portata di clic. Si guardano e si approvano, ma è come comprarle.