Non si esce dalle grandi crisi senza artisti e senza profeti. L’affermazione può suonare stentorea, ma il vero problema è dove cercarli, anche perché l’esperienza insegna che in genere si tratta di energie nascoste là dove meno si pensa di poterle trovare – molto spesso sotto il nostro naso. Bene. Oggi, venerdì 3 dicembre, giornata internazionale delle persone con disabilità, si apre Dis/Integration, esposizione degli artisti disabili dei Laboratori di Sant’Egidio, a cura di Alessandro Zuccari, e con video wall di César Meneghetti e tre opere street art di Leonardo Crudi, Elia Novecento e Sibomana. Dopo la Biennale, il Quirinale, l’Onu, il Maxxi e il Vittoriano, pugni e carezze di arte e umanità trovano accoglienza fra gli alti e gelidi marmi piacentiniani dell’Università di Roma, nella Sala della Minerva, cuore del Rettorato. Sono disegni, dipinti, installazioni, collage di parole; esprimono lo slancio necessario per prendersi cura di qualcuno (quasi sempre si tratta di donne), la capacità di resistere e ricominciare, il bisogno non solo di abbattere le disuguaglianze ma di riconoscerle in ciascuno e negli altri, dall’artista sordomuta cui è stata tolta la casa, ma ha scoperto la gioia dei colori, al pittore afghano giunto in Italia attraverso i corridoi umanitari, ma senza una gamba dopo un incidente nel primo tentativo lungo la rotta balcanica. Il senso ultimo di una mostra dedicata ai giovani sta in un ribaltamento che all’apparenza sembra assurdo, proclamando che la vera forza riposa nella fragilità. Da questo punto di vista la pandemia è stata al tempo stesso un dramma e una lezione di vita: ha smantellato fortezze rivelatesi deboli, ha ridimensionato deliri di onnipotenza e fatto capire che nessuno si salva da solo perché nessuno è padrone della sua esistenza, anche se fino a ieri si illudeva del contrario. Fra arte e profezia, la foto che si è scelta, con operaio in pausa sul ponteggio durante l’allestimento della Dis/Integrazione, raffigura, forse addirittura simboleggia la virtù del mutamento, la meraviglia del possibile, l’energia della debolezza perché la scritta di Erasmo sotto il bronzeo medaglione della Minerva è in realtà posticcia, un sottile strato di plastica adesiva applicato per la durata della mostra, ma anche in questo ancora più vibrante e significativa: «L’amicizia vale più di tutto:/ l’amicizia,/ un bene non meno necessario/ dell’aria, del fuoco, dell’acqua:/ tanto soave che/ se togli l’amicizia/ togli il sole». Ecco, se anche il marmo si fa leggero agli occhi del cuore, allora stai a vedere che pure le parole riacquistano peso, tornano a restituire coraggio e prontezza, a regalare sapienza, ma soprattutto insegnano a cercarla dove c’è sempre stata e sempre ci sarà, vicino a noi.