Spesso il male di vivere si incontra: segnali, indizi, forse anche simboli che le strade rivelano prima dei missili e delle dichiarazioni di ostilità. Così, qualche settimana in anticipo sull’invasione dell’Ucraina, chi si fosse incamminato sul Gianicolo avrebbe notato la comparsa di nuovi, orridi e lucenti cavalli di frisia a rafforzare il già denso assortimento di sbarre, spunzoni e reticolati sull’alto muro di recinzione attorno alla residenza diplomatica della Russia, Villa Abamelek. E lo si scrive con malinconia perché questo è uno dei posti più belli di Roma, quindi del mondo, e il saperlo munito e deturpato da ulteriori rotoloni di filo spinato fa male al cuore più che agli occhi. Di impianto secentesco, ma più e più volte rimaneggiata nel suo stile eclettico che contempla dai reperti etruschi alle cineserie; fondata dalla ricca famiglia genovese dei Torre e poi appartenuta ai Torlonia, ai Ricasoli…
Spesso il male di vivere si incontra: segnali, indizi, forse anche simboli che le strade rivelano prima dei missili e delle dichiarazioni di ostilità. Così, qualche settimana in anticipo sull’invasione dell’Ucraina, chi si fosse incamminato sul Gianicolo avrebbe notato la comparsa di nuovi, orridi e lucenti cavalli di frisia a rafforzare il già denso assortimento di sbarre, spunzoni e reticolati sull’alto muro di recinzione attorno alla residenza diplomatica della Russia, Villa Abamelek. E lo si scrive con malinconia perché questo è uno dei posti più belli di Roma, quindi del mondo, e il saperlo munito e deturpato da ulteriori rotoloni di filo spinato fa male al cuore più che agli occhi. Di impianto secentesco, ma più e più volte rimaneggiata nel suo stile eclettico che contempla dai reperti etruschi alle cineserie; fondata dalla ricca famiglia genovese dei Torre e poi appartenuta ai Torlonia, ai Ricasoli e ai Doria Pamphilj, mezzo secolo dopo i danni arrecati dalle cannonate francesi nel 1849 nella battaglia per espugnare la Repubblica Romana, la villa venne acquistata dal ricco principe russo (in realtà georgiano di origini armene) Semion Semionovich Abamelek Lazarev e infine fatta propria dallo Stato. Tutt’attorno è cinta da un grande parco con accertate volpi e leggendari porcospini, mentre la Palazzina del Belvedere si prolunga su Roma onorandola della più straordinaria veduta che si possa immaginare. Non c’è agente diplomatico russo che non abbia avuto coscienza del privilegio di abitare lì, come riconosciuto da un volume di Olga Adamiscina, moglie dell’ambasciatore Anatoly, che trent’anni fa ammainò la bandiera rossa per regalarla a un gruppo di comunisti italiani «commossi – scrisse – fino alle lacrime». Fin troppo abituati alla bellezza, i romani hanno sempre convissuto serenamente con la legazione russa, riservandosi giusto qualche ironia sulle inevitabili vicissitudini spionistiche, il “salto a pesce” degli invitati sul buffet al ricevimento per l’anniversario della rivoluzione e certi impicci edilizi gianicolensi di cui si trova traccia addirittura nei colloqui fra Andreotti e Shevardnadze prima della caduta del Muro. Dopo di che Villa Abamelek conobbe la dolce vita berlusconiana, concerti, balletti, sfilate di moda, sequel televisivi del Dottor Zivago, mentre l’era di Putin la vide aprirsi alla costruzione di una chiesa ortodossa, super facilitata dalle autorità italiane in nome dei nuovi rapporti spirituali, culturali, eccetera. Ora può anche essere che gli offendicoli, cioè i reticolati, siano un caso, per quanto l’ultimo e ardito furto di arazzi e tappeti risalga al 1984. È che si tratta purtroppo di un emblema di guerra, tanto più triste quanto più inutile sia l’uno che l’altra.
Sul Venerdì del 18 marzo 2022