Ancora Trotsky, di nuovo Trotzki, per sempre Trockij o come diavolo si scrive, non c’è icona che offra più numerose e ostiche varianti lessicali – e già questo un po’ fa riflettere. Ma la buona percentuale ottenuta da Jean-Luc Mélenchon al primo turno delle elezioni francesi (22 per cento) indica come e quanto la vecchia talpa rivoluzionaria con barbetta e occhialini rotondi abbia continuato a scavare nella storia, senza che però si possa dire che abbia mai vinto. Nel complesso bagaglio ideale del leader della France insoumise, tra cattolicesimo e massoneria, gauche-populismo e controverse sfumature islamico-lepenoidi, spicca comunque l’imprinting trotskista, nel senso che cominciò a far politica nell’organizzazione comunista internazionalista, frazione “lambertista” (da Pierre Lambert) cioè contraria a quella forma di “entrismo”, a sua volta qualificato “sui generis”, sponsorizzato dall’ala “pablista” (da Michel Pablo), là dove è ormai inutile comprendere chi fosse il più eretico fra quegli eretici che tra fumose analisi, fideistiche attese, arcani rivolgimenti e generose sbandate seguitavano a scindersi e a ricombinarsi in litigiosissima dinamica. Rivisto con gli occhi di oggi il pur nobile universo del trotskismo appare un sogno distopico, un patchwork settario, uno scherzo formicolante. E invece, anche solo ripensando alle carneficine messe in atto dai comunisti legati a Mosca durante la guerra di Spagna e poi alla piccozza con cui l’agente stalinista Mercader (peraltro imparentato con Christian De Sica) uccise l’anziano fondatore in Messico, beh, è una storia anche tragica, un mondo che attrasse spiriti romantici e irrequieti, cavalieri erranti e girovaghi velleitari, progettomani cavillosi e inverecondi sfasciapartiti, tutti e ciascuno fan di una rivoluzione che si voleva permanente e a portata, prima o poi, in ogni parte del globo, secondo un’impostazione che dai propositi più ardenti giungeva alla pacifica utopia di John Lennon, che ai trotskisti inglesi diede un po’ di sterline. In Italia, come nella Francia del giovane Mélenchon, è arduo distinguere gli effettivi trotskisti da quanti, compreso il vero fondatore del Pci Amadeo Bordiga, tali vennero considerati per essere maledetti, espulsi e perseguitati dai nemici togliattiani. Comunque all’idea aderirono, attraverso sigle inusitate e sotterranee affiliazioni, figure le più strane e diverse: Lucio Colletti, Giorgio Ruffolo, Giulio Seniga, Rino Formica, Silverio Corvisieri, Paolo Flores d’Arcais, l’ex maoista oggi ciellino Aldo Brandirali e via fino ad Alba Parietti e all’immaginario pasticciere trotskista messo in scena da Nanni Moretti. C’è pure da dire che sognavano così tanto che in qualche caso ci azzeccavano pure – anche se nulla è mai perfetto.