Interrogativo per antichisti, futurologi e perdigiorno: a quale culto e a quale dio è stato innalzato e dedicato l’immane palco-tempio su cui l’altra settimana si sono esibiti i Måneskin davanti ai 70 mila del Circo Massimo? Nella foto che si vede qui sotto, scattata durante lavori che per giorni hanno coinvolto 2.500 operai e decine di camion, gru e mezzi pesanti, l’enorme struttura scherma addirittura la base della cupola di San Pietro, che da secoli a Roma si impone allo sguardo simboleggiando il ponte fra cielo e terra. Lingue di fuoco e giochi di luce hanno accompagnato la liturgia in platea, ma il fuoco vivo dello scatenamento dei sensi è andato in scena lì sopra, on the stage: quattro ragazzi in frenetico, gioioso e contagioso abbandono, sguardi tentatori, nudità indie glam, gioielli da circo, lustrini, glitter, «siamo fuori di testa» e così via. Nella città eterna non c’è luogo che non riveli la sua ambivalenza, per cui là dove sorgeva quel provvisorio santuario venivano un tempo eseguite le condanne capitali (poco oltre, per le esigenze del caso, la Confraternita di San Giovanni decollato). D’altra parte sul concerto gravava anche l’ombra dell’epidemia, così come all’orizzonte si scorgevano i fumi neri degli incendi. Ma ecco: è proprio in questa eterna lotta della vita contro la morte che può cogliersi il manifestarsi di Dioniso, il Rumoreggiante, il Delirante, il Fremente, dio dello sregolamento dei sensi e dell’anarchia emotiva, colui che fin dalla notte dei tempi trascina le folle con la musica e la danza e che oggi ritorna – pure al botteghino e nel merchandising – attraverso la fabula ardente di questi giovanissimi artisti, i Dioniskin, che quell’immenso palco avvalorava come idoli prodigiosi e specie divina. Nella Roma del secondo secolo a.C. Dioniso, dipinto e scolpito come un femmineo giovinetto non così dissimile da Damiano, era venerato col nome di Bacco; e Bacchanalia venivano dette le feste che con qualche efficacia, evidentemente, esorcizzavano l’angoscia della morte in nome dell’ebbrezza, non solo alcolica, e della liberazione da divieti, tabù di classe e rigide distinzioni di genere. In questo senso, a prescindere dalla loro musica e proseguendo con temeraria semplificazione, la rivendicata fluidità sessuale dei Måneskin, il deciso look androgino, i richiami orgiastici e BDSM dei loro video per Gucci, ecco, in tutto questo riaffiora un elemento dionisiaco insieme perenne e all’altezza dei tempi. Che poi nella storia tali promiscue e sfrenate performance si risolvano alla lunga in disordini, impicci e severe condanne anche giudiziarie, come da inchiesta Senatus Consultum de Bacchanalibus nell’anno 186 a.C., è una faccenda che certo guasta la festa, ma dopo tutto non l’ha mai impedita.