A ciascuno il suo impero: sogno, incubo, miraggio, pretesto e perfino guadagno postumo in forma di refurtiva, ricettazione e incauto acquisto. Due settimane fa i carabinieri del Nucleo Tutela del Patrimonio culturale hanno restituito all'Istituto Luce 38 foto scattate alla vigilia della visita di Hitler a Roma, maggio 1938, che qualcuno aveva sgraffignato con tanto di negativi e un innominato "collezionista" dell'Aquila stava cercando di vendere su un sito di e-commerce. Si tratta di fastose immagini in notturna dei monumenti sotto cui il Fuhrer sarebbe passato e che ben documentano la fregola scenografica dell'Italia fascista e del suo duce nel far bella figura con l'alleato germanico. Ora, tanto l'episodio di cronaca quanto le foto e il loro valore venale, fanno ripensare a uno studio denso e istruttivo: Il fascismo e l'immagine dell'impero. Retoriche e culture visuali (Donzelli, 340 pagine ricche di illustrazioni). Con l'aiuto di Foucault e Deleuze, Bataille e Aby Warburg, anche grazie ai dispositivi della semiotica il professor Luca Acquarelli eviscera sul bancone anatomico il culto imperiale all'italiana, quindi la costruzione simbolica che con affannosa e spasmodica concitazione venne attribuita a una forma di governo che dopo tutto durò appena cinque anni o giù di lì: retorica, cartografia, urbanistica, architettura, mostre, manifesti, copertine, film, cartoline, pubblicità, libri di scuola, fino alla razzia di obelischi e alle norme che, precedendo le leggi razziali, impedivano agli italiani di sposarsi con "sudditi" africani. Uno sforzo pazzesco per nulla, ma forse proprio per questo specialmente rivelatore. Sullo sfondo la fascistizzazione degli spazi e dei corpi; il progetto, fra l'antropologico e il religioso, di un nuovo italiano; l'utilizzo dell'antica Roma per legittimare il presente, spesso a mezzo di improvvisazioni e baracconate. Da ingenui è chiedersi come tutto ciò, in un popolo ben fornito di spirito, non facesse ridere; molto più doloroso riflettere sulle tragedie che tutto questo armamentario portò a compimento. Fra i due stati d'animo si staglia la messa in scena, interamente italiana, di una potenza irreale. Finché dura va bene, ma poi il teatrone è la premessa della catastrofe e della vergogna. Nella foto qui, convenientemente tornata negli archivi del Luce, il Colosseo giganteggia in splendido isolamento sulla superficie appiattita di via dell'Impero. Qui sfilarono uomini e ragazzi mandati a morire nel gelo della Russia, sulla sabbia del deserto libico e nel fango dei Balcani. Qui pochi anni dopo, ai piedi della statua di un imperatore, un anonimo esasperato dalla penuria alimentare pose un cartello: "Tu che ciai lo stommico de fero/ puoi magnà er pane dell'impero".