Soffermandosi per una volta sul dito della parolaccia scappata di bocca a Lucia Annunziata, e ignorando la luna dell'imminente resa dei conti in Rai, ecco che senza ira né malizia si vorrebbe qui ripercorrere l'esordio, la frequenza e la centralità della parola "cazzo" nel discorso pubblico italiano per cercare di comprendere se vero scandalo c'è stato oppure no, forse, dipende o chissà. Avvertenza: per ovvie ragioni si userà il termine nudo e crudo, senza abbreviazioni, perifrasi o travestimenti. Di sicuro aiuto il recente testo Brutte sporche e cattive (Carocci) di Pietro Grifone, illustre glottologo, per cui "ai nostri giorni cazzo ricorre spesso non solo nell'uso linguistico degli uomini, ma anche delle donne". Sottolineava del resto un maestro come Luca Serianni "la vitalità e la duttilità del vocabolo", entrato in circolo intorno al 1300 da incerto etimo ipoteticamente rintracciabile fra alchimia, artiglieria e mondo pennuto, il maschio dell'oca, pure detto "ocazzo". Di sicuro, secondo Tullio De Mauro, un altro grande della lingua, i giornalisti "si compiacciono nell'usarlo"; ma per quanto riguarda il servizio pubblico la pietra miliare risale all'ottobre del 1976 quando un glorioso e poliedrico uomo di cultura, Cesare Zavattini, con voce cavernosa volle declamare "cazzo" al microfono di Radio anch'io: "Due zeta - fu il titolo del Corriere della Sera - che hanno fatto tremare la radio". Vero è che "Compagni-dico-cazzo" era già massivamente risuonato nelle assemblee post-'68; e che il diffondersi del lemma fu preceduto da varianti tipo "scazzi", "incazzarsi", "rompicazzo", "supercazzola". Tra i primissimi sdoganatori, fine anni 80, si annovera senz'altro Marco Pannella, mentre a dignità istituzionale la fatale interiezione venne elevata nel 1995 dall'allora premier Lamberto Dini che, interrotto in aula, se ne uscì con un rabbioso gorgoglio universalmente interpretato: "Eh, cazzo!". Quindi Fini in polemica con Storace (2005), Macaluso con Giulianone Ferrara (2007); nell'indimenticato pranzo della pajata sotto Montecitorio (2010), molestato dalla vecchietta Annarella, Bossi inveì pronunciando due volte cazzo. Ulteriore momento di svolta il naufragio della Costa Concordia (2012): "Torni a bordo, cazzo!", là dove l'autore dell'intimazione, comandante De Falco, fu poi eletto deputato. Avvistamenti in tempi più prossimi: un cartello delle Femen "Silvio che cazzo fai?", la cover del telefonino di Alessandra Mussolini "Keep calm un cazzo"; e quindi, ad abundantiam: Grillo, De Luca, De Magistris, Santanché, Casalino in vocale, "'sti 10 miliardi del cazzo" e il senatore Razzi: "Te lo dico da amico, fatte li cazzi tuoi", cosa che in Italia riesce sempre bene, a prescindere da sottigliezze e volgarità. Sul Venerdì del 31 marzo 2023