La Vera Croce e il suo contrario

La Vera Croce  e il suo contrario
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È buona regola in certi casi prestare un supplemento di attenzione alle maiuscole e agli aggettivi, e con tale premessa si prende atto che il romano Pontefice ha donato due frammenti della “Vera Croce” su cui venne inchiodato Nostro Signore. Provenienti dalla Lipsanoteca vaticana, le reliquie sono state incastonate nella croce celtica che accompagnerà la cerimonia d’incoronazione di Carlo III a Westminster. Da tempo immemorabile i sovrani dedicano una speciale attenzione alle reliquie trovandovi il nesso fra il sacro e la pretesa regalità. In questo caso, essendo re Carlo anche il capo della Chiesa Anglicana, l’omaggio di papa Francesco assume un tratto eminentemente ecumenico; ma pur con tutto il rispetto per gli aspetti diplomatici e devozionali, da laici viene anche da chiedersi se e quanto la Vera Croce sia vera.

E così, pur consapevole di aggirarsi in un terribile ginepraio storico e archeo-teologico, al tenutario di questa rubrichetta è parso di capire che i frammenti in questione derivano da quella particolare Vera Croce che Sant’Elena, mamma dell’imperatore Costantino, recuperò a Gerusalemme nel terzo secolo, anche se nella leggenda l’avrebbe identificata in un luogo segreto dopo aver fatto torturare un ebreo, di nome Giuda – e già qui la faccenda lascia qualche perplessità, ma passi. Una volta a Roma, oltre che in Vaticano (dove pure è ospitata un autonomo frantume proveniente dalla Croce cosiddetta “di Giustino”), parte di quel legno sarebbe finito in cima all’obelisco di piazza San Pietro, parte è stato regalato da papa Wojtyla al Patriarca di Antiochia, parte si trova nella chiesa di Santa Croce in Gerusalemme e parte in quella di San Marco a piazza Venezia, dove la reliquia non molti anni fa è stata rubata e poi ritrovata.

Ora, con l’indispensabile seppur parziale ed empirico soccorso del database dell’Ansa, si è appreso che recenti furti e ritrovamenti di pezzetti della Croce sono stati segnalati anche a Terni e in Irlanda; mentre altri frammenti esisterebbero a Gerusalemme, a Venezia, a Genova, in Spagna (Caravaca e Santo Toribio), ad Addis Abeba e perfino nelle Isole Figi. Una scheggia è stata battuta all’asta a Parigi nel 1993; un’altra sarebbe affondata nel Mar Nero l’anno scorso insieme all’incrociatore russo Moskva, bersaglio dei missili ucraini. Si tralasciano, quali reliquie di complemento, numerosi altri avvistamenti che riguardano sacre tuniche, pure rubate e ritrovate, spini della corona e chiodi censiti in numero di 36. Il punto è che le vie della devozione sono misteriose, re Carlo non chiederà certificati d’autenticità né papa Francesco è il tipo da prestare troppa attenzione a tutto ciò. Eppure rimane potente il simbolo della croce, dolore e salvezza, e tanto basta.

Sul Venerdì del 5 maggio 2023