Il senso di Sciascia per il cinema

Il senso di Sciascia per il cinema

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A Sciascia non piacevano i film tratti dalle sue opere e aveva ragione. Non fece in tempo a vedere Porte aperte  di Gianni Amelio e Una storia semplice di Emidio Greco, ma la verità è che non c'è mai stato l'incontro tra Sciascia e un regista davvero grande. Finì invece preda del cinema impegnato italiano che  in quegli anni, sessanta e settanta, era intossicato di ideologia. E peggio gli andò quando divenne, a sua insaputa, serbatoio di archetipi, visto che sia nell'abbondanza di mafia stereotipata - dal Padrino alla Piovra al Capo dei capi - sia nelle raffiche di filmetti e filmacci poliziotteschi - da Milano violenta al Montalbano televisivo - c'è più Sciascia di quanto ce ne sia nei nove film ispirati da Sciascia. Al punto che il mafioso di Sciascia (don Mariano), e l'inquirente democratico di Sciascia (Bellodi) sono ormai come il borghese di Balzac, il miserabile di Hugo, il capitalista di Marx, ma anche il poliziot­to Rambo e l'avvocato Perry Mason.

Sciascia è la letteratura a cui si aggrappa il cinema per darsi arie di profondità. E non solo di simil capitani Bellodi e di imitazioni caricaturali di don Mariano Arena è affollato il cinema che - scrisse Sciascia in un passo di raro risentimento - "è diventato altra cosa, di cui in effetti non c'era bisogno se non per masse miseramente "bisognose", è diventato parodisticamente letteratura, parodisticamente pittura, parodisticamente avanguardia di ogni cosa che sa di avanguardia".

Ditemi, per esempio, se ci sono barbieri siciliani che nel cinema non somigliano a don Ciccio che "se dice che il povero Nicolosi era cornuto, possiamo metterci sopra bolli e sigilli che le corna ci sono". Tra i dibattiti più oziosi c'è quello sul rapporto tra il cinema e la letteratura, su quanto bene o quanto male fanno l'uno all'altra. Prima del Marlon Brando del 1972, non c'erano padrini nella mafia. Non ne parlano i mafiosi e gli storici, da Franchetti e Sonnino a Salvatore Lupo, non ne fanno cenno gli inquirenti. Il padrino in realtà è un'invenzione del cinema americano.

Ma in Sicilia non esiste. Brusca aveva  lo sguardo del macellaio inebetito e non quello penetrante di Robert Duvall. Liggio era uno psicopatico di campagna e non un Abramo biblico. Totò Riina era grasso e corto come Marlon Brando ma la sua pesantezza non apparteneva al genere shakespeariano. Nella mafia siciliana esiste il capo, il don, lo zio, oppure "il Padrenostro" com'era Navarra a Corleone o "il Papa",  Michele Greco, che persino durante il processo rispondeva al giudice citando salmi e versetti; ma non c'è il Padrino.

Del resto, se così non fosse,  Sciascia non avrebbe dato il soprannome di Parrineddu all'idealtipo dei confidenti di questura, "miserabili uomini, fango di paura e di vizio". Insomma, Sciascia, che considerava i luoghi comuni più  nocivi della mafia, aveva profeticamente ragione a sentirsi tradito dal cinema che ha trasformato in una discarica di luoghi comuni la  Sicilia che per lui era metafora.