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L’effetto Draghi ultimo mimetismo degli italiani

Il presidente del Consiglio Mario Draghi (ansa)

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L'imitazione non è un disvalore, non è copia ma citazione creativa e diventa stile. Quanto durerà?
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Che cos'è l'effetto Draghi? È l'imitazione che, si sa, celebra l'originale, ma mai lo riproduce in copia. Così in musica, in pedagogia, in filosofia... e pure nell'antropologia della leadership italiana. Da Manfredi a Sala, da Lepore a Da Milano, da Gualtieri a Calenda, in tutti i vincenti delle elezioni amministrative l'effetto Draghi è "il balenare dell'aspetto", l'identità nelle differenze, il lampo di Paul Klee sulla politica che produce somiglianze.

I nuovi italiani somigliano a Mario Draghi allo stesso modo in cui "a un certo punto - la frase è di Merleau-Ponty - si è iniziato a vedere le donne come le dipingeva Matisse". Non sto parlando di vero e falso né degli imitatori da palcoscenico, dall'inimitabile Noschese sino a Crozza, che è l'epigono del Bagaglino dove l'Andreotti vero (vero?) dinanzi a Oreste Lionello che interpretava l'Andreotti falso …

Che cos'è l'effetto Draghi? È l'imitazione che, si sa, celebra l'originale, ma mai lo riproduce in copia. Così in musica, in pedagogia, in filosofia... e pure nell'antropologia della leadership italiana. Da Manfredi a Sala, da Lepore a Da Milano, da Gualtieri a Calenda, in tutti i vincenti delle elezioni amministrative l'effetto Draghi è "il balenare dell'aspetto", l'identità nelle differenze, il lampo di Paul Klee sulla politica che produce somiglianze.

I nuovi italiani somigliano a Mario Draghi allo stesso modo in cui "a un certo punto - la frase è di Merleau-Ponty - si è iniziato a vedere le donne come le dipingeva Matisse". Non sto parlando di vero e falso né degli imitatori da palcoscenico, dall'inimitabile Noschese sino a Crozza, che è l'epigono del Bagaglino dove l'Andreotti vero (vero?) dinanzi a Oreste Lionello che interpretava l'Andreotti falso (falso?) mescolava pazienza e cattiveria per somigliare agli italiani che ridevano e al tempo stesso inorridivano per le sue battute: "Io - disse Andreotti al finto Andreotti - in una sola cosa non le somiglio: non imito Andreotti". Non era vero.

L'imitazione, anche la satira ruffiana, non è un disvalore: non è infatti copia, ma citazione creativa, procede per "facoltà mimetica", modifica, corregge e diventa stile. Così si impose, attraverso il deposito delle somiglianze, il decisionismo negli anni di Craxi: "cchi omu, che uomo" diceva la signora Leonida di Leo Gullotta, capolavoro del travestitismo, la finta casalinga timorata dinanzi al finto Craxi.

E fu facoltà mimetica anche il lungo dominio dello stile democristiano, che pur avendo tanti originali si identificò nel leader felpato che parlava per ore senza dire niente e, per non tirare le cuoia, tirava a campare con i due forni e il rinvio. Ne abbiamo persino apprezzato l'epigono: il quasi leader Conte che, in divisa di gagà, ripropose, quasi in parodia, la liturgia del sì pronunziato come un no e della porta sempre chiusa che rimane sempre aperta: anche il trasformismo è uno stile.

Per un momento abbiamo colto  il senso del non senso nel vaffa riconoscendo nella rabbia indistinta un solo ghigno: Beppe Grillo. Poi l'identità nella differenza è stata la rottamazione, e il senso dell'urgenza ha preso la forma della furia toscana di Renzi  e della ruspa padana di Salvini.

Adesso siamo nell'effetto Draghi: l'imitazione impone all'Italia lo stile anti italiano delle lingue straniere, della distanza e della discrezione, niente più vanità ed evasività, lontano dalla tv delle giornaliste stelline e dei giornalisti macchiette, madidi e sconvolti esperti in sbranamento e calci in bocca.

Quanto durerà? Sfuggirà al destino della pernacchia che in Italia è quel che in Francia fu la ghigliottina? Sino a oggi ce l'ha fatta solo lo stile Pannella, con i suoi mille referendum , riserva e risorsa nella disperazione, forse perché la civiltà dei diritti non è ancora imitazione, non è mai diventata l'identità delle differenze.