A cosa serve «il digiuno per la pace» che il Papa ci ha invitato tutti a fare, «credenti e non credenti», dopodomani 2 marzo? La pace, com’è ovvio, viene dopo la guerra, arriva alla fine di una guerra. E poiché Putin ha invaso l’Ucraina ed è in guerra con l’Europa, se pace ci sarà, si tratti di resa o di vittoria, sarà una cicatrice di guerra. Se, per esempio, i nazifascisti non fossero stati sconfitti, non ci sarebbe stata la pace. Se Hitler e Mussolini non fossero stati battuti con la forza ed eliminati fisicamente, non ci sarebbe stata pace in Europa o ce ne sarebbe stata un’altra di pace: la loro, cioè la nostra tomba.
A che serve dunque digiunare per la pace nel mercoledì delle ceneri che, si sa, è l’inizio della Quaresima, 40 giorni non proprio di digiuno, ma di mangiare magro, vale a dire la pesca di Pietro, miracolata da Gesù nel lago di Genesaret, contro la salsiccia — sale e ciccia — che era il cibo dei soldati conquistatori? Una volta stabilito che il digiuno non sgancia e non ferma bombe è però comprensibile che i cattolici digiunino. C’è, infatti, nel digiuno cattolico, l’idea forte della penitenza, anche quando è ridotto a una privazione simbolica che non alleggerisce né la vita né il girovita. Certo, se i cattolici non rinunziassero alla carne soltanto il mercoledì delle ceneri e il venerdì santo, l’omaggio allo Spirito sarebbe un modo più credibile di espiare e di purificare il mondo.
Mai però il digiuno cattolico diventa protesta, un digiuno “contro” qualcuno, e in questo caso contro l’aggressore russo, perché è sempre e solo un sacrificio a Dio. È vero che i popoli di mare devono molto alla Chiesa che aveva appunto eletto il pesce a nutrimento penitenziale, alimento sacerdotale contro la carne che nutriva l’aggressività del guerriero e dello Stato. Per non dire della ferocia pagana e della lussuria popolare che erano filetto al sangue, costata con l’osso, cosciotto e viscere. Invece pesce in greco si dice ichthùs, ed è — nientemeno — l’acrostico di Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore.
Ma i cattolici digiunano perché la carne dell’uomo porti i segni dell’affronto morale, di ogni affronto morale, di ogni guerra e di ogni violenza, fosse pure naturale, un’inondazione o un’epidemia. Prendono su di sé l’inadeguatezza etica e il dolore dell’umanità e chiedono perdono a Dio. Ovviamente, non è solo religioso il valore del digiuno. C’è un valore civile, una strategia non violenta, dal risultato sempre aperto, un rischio radicale che il mondo laico rivendica e pratica: io muoio di inedia e la responsabilità è tua; ti metto in mano la miccia di una bomba che io ho acceso e che solo tu puoi spegnere.
È la civiltà non violenta che tende i limiti, mette in gioco il corpo dei suoi militanti, la loro stessa vita. E però mai un digiuno, espiativo e purificatorio come quello del Papa, o radicale e laico come quello di Gandhi o di Pannella, ha fermato una guerra. Alla fine, dunque, non serve alla pace il digiuno per la pace.