Nessuno è mai riuscito ad abolire la Provincia come nessuno è riuscito a riformare la Rai perché è lì che si nasconde il Dio dell'Italia. E ora che il Parlamento sta per restituirle gli onori dell'elezione diretta e il rango completo di Istituzione, siamo tutti a bocca aperta: "Ma esiste ancora la Provincia?".
Degradata, accorpata, tramortita, ha resistito a un assalto durato più di quarant'anni perché, dietro il vituperato ente inutile degli stipendi inventati e delle clientele politiche, c'è la cuccia del sentimento italiano. E va bene che qui salto dall'Istituzione alla cultura e persino all'antropologia, ma c'è il provincialismo nella Provincia, c'è il modello della Nazione-Italia in quell'identità in due lettere - MI, BA, CT - , una targa, un fonema e i mille uffici del keynesismo all'italiana e dello spreco: "Paese mio che stai sulla collina / dist…
Nessuno è mai riuscito ad abolire la Provincia come nessuno è riuscito a riformare la Rai perché è lì che si nasconde il Dio dell'Italia. E ora che il Parlamento sta per restituirle gli onori dell'elezione diretta e il rango completo di Istituzione, siamo tutti a bocca aperta: "Ma esiste ancora la Provincia?".
Degradata, accorpata, tramortita, ha resistito a un assalto durato più di quarant'anni perché, dietro il vituperato ente inutile degli stipendi inventati e delle clientele politiche, c'è la cuccia del sentimento italiano. E va bene che qui salto dall'Istituzione alla cultura e persino all'antropologia, ma c'è il provincialismo nella Provincia, c'è il modello della Nazione-Italia in quell'identità in due lettere - MI, BA, CT - , una targa, un fonema e i mille uffici del keynesismo all'italiana e dello spreco: "Paese mio che stai sulla collina / disteso come un vecchio addormentato".
Mai gli abitanti di Lainate, di Bitetto e di Acireale, senza l'istituzione Provincia, sarebbero stati milanesi, baresi e catanesi. E infatti, istituite nel 1859 su modello dei dipartimenti francesi, le Province garantivano che "da qualunque punto del territorio fosse possibile arrivare al centro dell'amministrazione": strumenti di centralismo, e nel sud persino di annessione, davano però una patria agli sradicati, ai "provinciali" appunto, in cerca di un centro di gravità permanente, con la smania di scappare verso Napoli, di studiare a Firenze, di evadere dalla prigione dorata delle notti stellate per essere accettati e imporsi a Torino come il Gramsci di Ales, a Roma come il Giolitti di Mondovì o il Crispi di Ribera, il Mussolini di Predappio, il Verga di Vizzini, il Fenoglio di Alba, e, a casaccio, il Montanelli di Fucecchio, il Croce di Pescasseroli, il Leonardo di Vinci, il Bartali di Ponte a Ema, il Camillo Benso di Cavour...
Eppure, l'abolizione delle provincie è stato il cavallo di battaglia (azzoppato) di tutte le opposizioni, lo slogan (tradito) di tutte le campagne elettorali di tutti i leader italiani, da De Mita a Grillo, da Berlusconi a Monti, da Prodi a Renzi. Non c'è governo che non abbia provato ad abolire quel ceto politico parassita, quell'inutile doppione di casta amministrativa. Francesco Storace riassunse così la battaglia del governo Berlusconi: "Avevamo promesso di abolire le Province e il bollo auto, ed è finita che ora affidiamo la gestione del bollo auto alla Province". Zingaretti arrivò a definire ente inutile la Provincia che presiedeva. Forse ci voleva un nuovo modello di Stato, un'Italia calvinista per abolire l 'albero degli zoccoli, le lucciole, la Racalmuto-metafora, quel guardare una campagna o una montagna e sentirsi a Genova o a Bologna; quell'appollaiarsi su una collina e credere che l'infinto sia la provinciale n° 57 che arriva a Reggio Calabria.