Non è più il tempo dello stupore del mondo, quando la moda divenne "corpo illuminato" per usare l’abusato Roland Barthes. Ma le immagini, colorate e bellissime, della “settimana della moda” ancora ci catturano, sia pure distrattamente, mentre ci informiamo, spaventati, sulla guerra o, rassegnati, sulla leadership del Pd o, indignati, sui tic fascistoidi dei nostri governanti. Ecco che, in controtendenza, l’occhio si rigenera per incantamento, come Pinocchio davanti alla fatina, mentre scorre sulle foto della Fashion Week, fantasiose e ottimiste, le sole tecnicamente perfette, che riempiono i giornali, le tv e dominano il traffico dei social. Ed è una settimana che dura un mese perché oggi si conclude a Milano, ma c’era stata, dal 9 al 15, la settimana di New York e poi, a seguire, quella di Londra e sino al 7 marzo la moda sfilerà a Parigi.
Adesso è una banalità dire che è l’industri…
Non è più il tempo dello stupore del mondo, quando la moda divenne "corpo illuminato" per usare l’abusato Roland Barthes. Ma le immagini, colorate e bellissime, della “settimana della moda” ancora ci catturano, sia pure distrattamente, mentre ci informiamo, spaventati, sulla guerra o, rassegnati, sulla leadership del Pd o, indignati, sui tic fascistoidi dei nostri governanti. Ecco che, in controtendenza, l’occhio si rigenera per incantamento, come Pinocchio davanti alla fatina, mentre scorre sulle foto della Fashion Week, fantasiose e ottimiste, le sole tecnicamente perfette, che riempiono i giornali, le tv e dominano il traffico dei social. Ed è una settimana che dura un mese perché oggi si conclude a Milano, ma c’era stata, dal 9 al 15, la settimana di New York e poi, a seguire, quella di Londra e sino al 7 marzo la moda sfilerà a Parigi.
Adesso è una banalità dire che è l’industria più solida, la sola che, per scatenare la creatività, non ha bisogno di quello stridio di consonanti, Pnrr, che è Fashion Freak Show, il brutto di moda, e figuriamoci se la Moda vuole il Superbonus a 5 stelle che è la copia politica del Fast Fashion, la moda dello spreco. Eppure, cinquant’anni fa, quando i vestiti colorati accesero il paesaggio delle città grigie e spente di Sironi e di Vespignani, gli intellettuali non si davano pace perché l'avevano sognata in un altro modo, la rivoluzione, e perché Marx aveva previsto tutte le dissipazioni del plusvalore ma non il capitalismo della minigonna.
E non bastò fasciare di pizzo bianco le onde di Kondratiev e di sete e chiffon i cicli di Schumpeter e neppure immaginare che i buchi nei jeans rilanciassero le buche di Keynes. Adesso sappiamo tutti che la moda è lo sportello delle idee, il potere è il dosaggio del cattivo gusto e nello stilista che disegna sé stesso c’è la civiltà dell’individuo e l’esibizionista ricco e strafigo che va in giro con il suo tesoro esclusivo addosso è uguale al tatuato perché la moda di incidere e manipolare il proprio corpo è l’ultima chance che ha il poveraccio di sentirsi uno strafico alla moda.
Ci sono voluti Leopardi, Simmel, Benjamin e, su tutti, appunto Roland Barthes, per capire che in blazer blu o in lino nero e corona in testa, ogni giorno ciascuno è l’installazione di sé stesso prevista dalla moda che è l'insuperabile filosofia dell'epoca, la Caverna dalla quale nessuna ombra può evadere perché anche il "senza moda" è moda, e anzi il "modaiolo" è il peggio della moda, mentre non passa mai di moda il meglio della moda. Se davvero la moda è industria e politica, se è lo spazio dove leggiamo il tempo dell'Italia allora le sfilate andrebbero organizzate il 2 giugno con l'esercito e con le bandiere. E al governo potrebbe andare Giorgio Armani premier, Dolce e Gabbana agli Esteri, Bertelli-Prada agli Interni, fino al morbido Cucinelli presidente della Rai.