Dopo Cutro, lo scrittore Daniel Pennac ha deciso che non farà più il bagno nel Mediterraneo. Dopo Cutro, si vergogna di nuotare. Non dei giochi di spiaggia, dei gelati, dei flirt, dei falò sulla riva, ma proprio di nuotare, di purificarsi nell'acqua per ritrovare sé stesso come Montalbano a Punta Secca. A Steccato di Cutro avevo fatto il bagno non so in quale anno e dunque, nei giorni del naufragio, mi ricordavo bene della sabbia grossa e dell'acqua trasparente mentre guardavo le immagini dei cadaveri che venivano via via recuperati e subito spostati indietro perché il mare era agitato. Riconoscevo l'Italia povera dei miei fratelli terroni nelle facce straziate attorno ai cadaveri che ancora oggi sono soltanto 92.
E mentre, a ridosso di un cancello, sin quasi alla riva del fiume, "a jumara", i corpi venivano coperti da un telo bianco, rivedevo la pineta disordinata, i turisti nei villaggi, i bar, il pesce fritto e gli ombrelloni di plastica nella lunghissima spiaggia libera dove, tra la battigia e quel cancello, ora le telecamere mostravano i legni spezzati del barcone e poi scarpe, pantaloni, maglie, giubbini, bottigliette.
Cutro o, meglio, Marina di Cutro è uno dei tanti paesi che vive solo d'estate, la Terronia dei bagni e delle strade sporche a 42 gradi all'ombra, con una popolazione costiera ironica e decadente che crede solo nel bagno, nel "buttarsi a mare" come rimedio onnipotente che anche i medici prescrivono ai malati, stimolando la sostanza di cui ogni meridionale è fatto, il bagno a mare come risarcimento del povero smarrito e inaridito dalla terra, il mare delle canzoni, l'alibi del perdente, la dolce bugia salata e lenta del pensiero meridiano.
Dieci anni prima, nel 2013, al Lido Verde di Catania, c'ero anch'io sulla battigia mentre mettevano in fila sei - soltanto sei - poveri corpi disidratati e al tempo stesso gonfi d'acqua, pelle secca e sfrangiata ma stomaci dilatati e tesi. Gli occhi erano già chiusi perché i sommozzatori li avevano composti nella dignità della morte, i vestiti erano fradici ma decorosi e i teloni non erano bianchi ma di fibra sintetica gialla che sembrava carta stagnola e luccicava al sole come gli specchi ustori di Archimede.
Quello stesso giorno, con l'Etna sullo sfondo, una nave aveva scaricato al porto 12.500 crocieristi, naufraghi del lusso, che erano stati accolti a granite di mandorla e ad arancini. Sulla spiaggia, invece, la signora Bice, in costume e cappellino si era messa a piangere accanto a quegli ingombri. Al Sud i soccorritori piangono più dei superstiti. "Non sacciu c'hai a fari" ripeteva e il suo pianto veniva ripreso dalle tv. Si sentiva in colpa per tutti i morti nel suo mare, per i corpi recuperati e "per tutti quegli altri mangiati dai pesci". E prese due decisioni che traduco in italiano: "In questo mare non farò mai più il bagno" e "non mangerò mai più il suo pesce". Secondo voi, ha mantenuto le promesse?