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Dio strabenedica gli inglesi e il loro 8 settembre

© Paul Cooper (WMR-30675)

 

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Contro chi cerca di riscrivere la storia una testimonianza incontrovertibile: da 50 a 80mila prigionieri anglosassoni aiutati a fuggire dagli italiani
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Mentre il postfascismo prova a riscrivere la storia, con la retorica del film Comandante, con una pioggia di articoli e qualche libro sulla «strategia terroristica aerea degli angloamericani, nemici e invasori», gli inglesi festeggiano «il coraggio degli italiani, la loro generosità, la loro complicità naturale». E nell’anniversario dell’8 settembre celebrano, scrive Simon Heffer, professore di Storia moderna nell’università di Buckingham, «la più grande fuga della seconda Guerra mondiale» che «solo l’amicizia e il gran cuore degli italiani» resero possibile.

A partire dall’8 settembre, infatti, da 50 mila a 80 mila prigionieri inglesi, per lo più catturati nella campagna del Nord Africa nel 1941 e 1942, fuggirono dai campi dei nazifascisti. Verso nord, solo in duemila raggiunsero la Svizzera, altri si diressero a sud nella speranza di incontrare gli americani dell’Ottava armata. Molti furono ricatturati dalla Wehrmacht e spediti in Germania. E tuttavia se ne salvarono almeno 12 mila,…

Mentre il postfascismo prova a riscrivere la storia, con la retorica del film Comandante, con una pioggia di articoli e qualche libro sulla «strategia terroristica aerea degli angloamericani, nemici e invasori», gli inglesi festeggiano «il coraggio degli italiani, la loro generosità, la loro complicità naturale». E nell’anniversario dell’8 settembre celebrano, scrive Simon Heffer, professore di Storia moderna nell’università di Buckingham, «la più grande fuga della seconda Guerra mondiale» che «solo l’amicizia e il gran cuore degli italiani» resero possibile.

A partire dall’8 settembre, infatti, da 50 mila a 80 mila prigionieri inglesi, per lo più catturati nella campagna del Nord Africa nel 1941 e 1942, fuggirono dai campi dei nazifascisti. Verso nord, solo in duemila raggiunsero la Svizzera, altri si diressero a sud nella speranza di incontrare gli americani dell’Ottava armata. Molti furono ricatturati dalla Wehrmacht e spediti in Germania. E tuttavia se ne salvarono almeno 12 mila, un numero che è giudicato altissimo nell’Italia centrosettentrionale occupata con ferocia dai tedeschi. Rischiando la vita perché «i nazisti punivano chi dava rifugio a un prigioniero evaso con la fucilazione o l’impiccagione senza processo», gli italiani li vestirono con abiti borghesi, li nascosero in famiglia, li portarono in campagna travestiti da braccianti agricoli, li “ricoverarono” nelle grotte, accuditi e nutriti ogni giorno per mesi.

E ora il Monte San Martino Trust, un’associazione fondata a Londra dai fuggiaschi e gestita ormai dai loro figli, «festeggia gli amici italiani, che da carcerieri si trasformarono in liberatori». E queste celebrazioni, lo ripeto, indirettamente seppelliscono i goffi tentativi del governo Meloni di spacciare la guerra di liberazione per «bugia dei vincitori», come scrive Nello Musumeci. Nel suo La Sicilia bombardata (Rubbettino), con la prefazione entusiasta di Sangiuliano, Musumeci racconta la «feroce aggressione» e «i vili atti di sadismo» degli odiati angloamericani.

E invece, a riprova che quell’Italia smarrita e insanguinata si sentiva finalmente liberata, c’è la gratitudine inglese verso «le migliaia di contadini, mezzadri, pescatori, di “italiani comuni” che salvarono i nostri soldati dai tedeschi». Da ottant’anni il Monte San Martino Trust finanzia le ricerche storiche sul ruolo degli Alleati in Italia e offre borse di studio ai giovani italiani che ogni anno vanno a studiare in Gran Bretagna. L’albo d’oro e il ricchissimo archivio sono a disposizione nel sito msmtrust.org.uk. Circa 400 di questi italiani vennero proposti per le medaglie, le famose George Cross, ma il governo Attlee si oppose perché l’Italia era pur sempre un ex nemico. «Solo dopo la Liberazione furono compensati finanziariamente e il loro coraggio fu definitivamente onorato dal generale Sir Harold Alexander» che nel 1944 era il comandante in capo delle forze alleate nel Mediterraneo.

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