Il “terzo tempo” che rende più bello lo spettacolo
di Francesco MerloÈ sotto attacco il tempo tra due tempi, non c’è più il “nel frattempo”, sparisce l’intervallo che ti fa pensare e parlare del già visto mentre ti prepara al non ancora visto. Il mondo del sorpasso e del crash sulle autostrade non sopporta più la sosta né la siesta, l’architettura abolisce l’ “in-between”, e le case non hanno più corridoi né sale d’ingresso. Vorrebbero abolire l’intermezzo persino nel calcio: “basta l’intervallo tra i due tempi, una partita deve essere continuata, dritta per dritta”, come un film, dice Aurelio De Laurentiis che si intende di entrambi.
Eppure al cinema solo l’intervallo ti aprirebbe una giusta via d’uscita permettendoti di liberarti del disagio senza perdere nulla del film. Ho vissuto male l’ingiustizia durante Oppenheimer che dura tre ore tonde. L’amica che era con me, quando le ho sussurrato “vado al bagno”, mi ha detto, come Virgilio a Dante, “però pur va e in andando ascolta”. E poi, per canzonarmi: “un poco il passo queta”. Ma quello è il Purgatori…
È sotto attacco il tempo tra due tempi, non c’è più il “nel frattempo”, sparisce l’intervallo che ti fa pensare e parlare del già visto mentre ti prepara al non ancora visto. Il mondo del sorpasso e del crash sulle autostrade non sopporta più la sosta né la siesta, l’architettura abolisce l’ “in-between”, e le case non hanno più corridoi né sale d’ingresso. Vorrebbero abolire l’intermezzo persino nel calcio: “basta l’intervallo tra i due tempi, una partita deve essere continuata, dritta per dritta”, come un film, dice Aurelio De Laurentiis che si intende di entrambi.
Eppure al cinema solo l’intervallo ti aprirebbe una giusta via d’uscita permettendoti di liberarti del disagio senza perdere nulla del film. Ho vissuto male l’ingiustizia durante Oppenheimer che dura tre ore tonde. L’amica che era con me, quando le ho sussurrato “vado al bagno”, mi ha detto, come Virgilio a Dante, “però pur va e in andando ascolta”. E poi, per canzonarmi: “un poco il passo queta”. Ma quello è il Purgatorio, il ”secondo regno / dove l’umano spirito si purga”. Nei cinema invece i gestori sono obbligati per contratto a “non alterare il contenuto originale” del film. Nei teatri di prosa non ci sono contratti anti-intervallo, ma c’è l’ossessione del risparmio del tempo, che è danaro.
E però la fretta può diventare furia al Mercadante di Napoli dove l’amatissimo Silvio Orlando, che interpreta i Ciarlatani per quasi due ore, riesce ad avvincerti ma non a trattenerti. È tale la tensione che, dopo aver disturbato tutta la platea all’andata, ti vergogni così tanto che rinunci al ritorno. Ma uno spettatore che scappa perché gli scappa è una sconfitta che Orlando non merita. Niente intervallo neppure per i cento minuti del Freud di Massini al Piccolo Teatro. Più sapiente di palcoscenico, il sempreverde Gabriele Lavia interrompe Un curioso accidente, che dura 155 minuti compreso l’intervallo, quando, cantavano i Cetra, “c’è l’appuntamento nel buffet:/ un sorso di Marsala /due, tre marron glacés”.
È il tempo del “mentre”, in latino l’interim, che fu espediente di governo della Prima repubblica, “cioè una curiosa simultaneità fra due azioni o due tempi” scrive il filosofo Agamben che porta ad esempio la Romagna di Pascoli “il paese ove, andando, ci accompagna / l’azzurra vision di S. Marino”. Ma forse Agamben non conosce il “mentre” di Umberto Tozzi: “Fammi abbracciare una donna che stira cantando”.
Alla strage degli intervalli hanno provato a ribellarsi i cinema inglesi della catena Vue e così pure in America, ma la reazione di Apple e Paramount, dei montatori e dei registi è stata implacabile perché, come diceva Veltroni, “non si interrompe un’emozione”. Nessuna pietà dunque per i ribelli della prostata, hanno raccontato Guardian e Wall Street Journal, neppure per l’ultimo Scorsese che dura tre ore e quaranta, e meno male che non mi è piaciuto. Felice, libero e svuotato sono andato via nel mio timeout, che forse non è ancora una civiltà perduta.