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Paderno Dugnano, quando il delitto è meglio non commentarlo

(ansa)

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La follia si può scatenare anche nelle più amorevoli famiglie, ma non per colpa delle amorevoli famiglie, che sono le vittime e non i colpevoli. Come insegna il caso del diciassettenne che ha ucciso i genitori e il fratello
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Vorrei dedicare queste poche righe alla famiglia italiana che è finita “sotto processo” insieme con Riccardo, il diciassettenne che ha straziato a coltellate la madre, il padre e il fratellino a Paderno Dugnano. È vero che Riccardo è un minorenne di 17 anni, ma non è vero che ha sterminato la sua famiglia perché è un minorenne di 17 anni. E non è vero che la famiglia sterminata è colpevole di avere covato la ferocia omicida dell’amatissimo adolescente Riccardo, di averla prodotta, prima di averla subita, insomma di essersela cercata.

Certo, c’è un sano istinto di autodifesa nel pensare «a casa mia non potrebbe succedere»; è un pensiero di presunzione che anche papà Fabio, 51 anni, e mamma Valeria, 49, avrebbero certamente avuto. E merita il nostro abbraccio il nonno di Riccardo che all’amore della sua famiglia rimane fedele e perciò si stringe al nipote Riccardo che ha ammazzato le persone che più lo amavano e che più amava al mondo.

Deve essere così l’inferno: chiamare mamma e papà e…

Vorrei dedicare queste poche righe alla famiglia italiana che è finita “sotto processo” insieme con Riccardo, il diciassettenne che ha straziato a coltellate la madre, il padre e il fratellino a Paderno Dugnano. È vero che Riccardo è un minorenne di 17 anni, ma non è vero che ha sterminato la sua famiglia perché è un minorenne di 17 anni. E non è vero che la famiglia sterminata è colpevole di avere covato la ferocia omicida dell’amatissimo adolescente Riccardo, di averla prodotta, prima di averla subita, insomma di essersela cercata.

Certo, c’è un sano istinto di autodifesa nel pensare «a casa mia non potrebbe succedere»; è un pensiero di presunzione che anche papà Fabio, 51 anni, e mamma Valeria, 49, avrebbero certamente avuto. E merita il nostro abbraccio il nonno di Riccardo che all’amore della sua famiglia rimane fedele e perciò si stringe al nipote Riccardo che ha ammazzato le persone che più lo amavano e che più amava al mondo.

Deve essere così l’inferno: chiamare mamma e papà e sentirli dentro come i fantasmi di un eterno rimorso, rivedere il loro sorriso senza mai più gioirne, ripensare alla vita di quella casa, risentire sui polpastrelli il tepore della pelle di mamma e custodirne il ricordo nel cavo della mano. Quest’omicida è un vivo con la morte addosso e il nonno prova ancora a dargli amore, anche se non lenirà il suo dolore né tanto meno resusciterà il piccolo Lorenzo, ammazzato a 12 anni con decine di coltellate.

La follia si può scatenare anche nelle più amorevoli famiglie, ma non per colpa delle amorevoli famiglie, che sono le vittime e non i colpevoli. I vecchi cronisti sanno che la cronaca nera non si commenta, che non ci sono spiegazioni per la ferocia dei Delitti esemplari (Max Aub, Sellerio), commessi per futili motivi, come le monellerie di Collodi: «mi metteva gli ossi delle ciliege nella tasca», «mi allargava il buco del grembiule». E invece il chiodo fisso dei professori di cronaca nera è che per ogni delitto ci sia un “vero” colpevole sociale o culturale da denunziare: la generazione, l’etnia, la città, il quartiere, la classe sociale, l’attività, il mestiere.

A Paderno Dugnano il vero colpevole sarebbe la famiglia italiana dove starebbe sempre in agguato la ferocia. In una gara di pensosità e di profondità ci raccontano e ci spiegano “i giovani” e “i nostri ragazzi”, categorie inventate dal marketing. E c’è chi accusa anche la scuola e chi biasima i telefoni cellulari, ma soprattutto i genitori che non sanno educare, non sanno ascoltare e dialogare e hanno un cuore troppo grande e due occhi soltanto, che non vedono tutte quelle cose che allarmavano mia zia “la signorina”: «‘mbriachi e carusiddi, centu occhi li devono guardare». E la litania continua con le responsabilità della musica, della tv, il vuoto dei modelli che non sarebbero più quelli di una volta, la società tutta. Davvero il sociologismo è una malattia ideologica infettiva dell’informazione.

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