Giovanni lo ammette: “Respirare è difficile adesso”. Ma un’audio-lettera è l’unico saluto consentito, il solo abbraccio possibile in tempo di coronavirus. Così un attore abituato a far ridere scopre con dolore, da Roma, dal quotidiano bollettino di guerra, la fine dell’amico che gli aveva restituito la voce: ucciso dal Covid-19.
“Saperlo così è stato terribile”, dice Gio’ a Max. Il bravissimo interprete e l’eccellente foniatra con studio a Napoli. Giovanni Esposito è l’attore di cinema teatro e fiction italiane, il volto che sa spaziare dalle commedie più popolari ai set di due esigentissimi premi Oscar, Paolo Sorrentino e Florian Henckel.
E affida a Repubblica il suo messaggio per Massimo Borghese, l’otorino che per beffa atroce se n’è andato per mancanza di respiro, a 63 anni, una crisi fatale in fondo al tunnel dove l’aveva scaraventato…
Giovanni lo ammette: “Respirare è difficile adesso”. Ma un’audio-lettera è l’unico saluto consentito, il solo abbraccio possibile in tempo di coronavirus. Così un attore abituato a far ridere scopre con dolore, da Roma, dal quotidiano bollettino di guerra, la fine dell’amico che gli aveva restituito la voce: ucciso dal Covid-19.
“Saperlo così è stato terribile”, dice Gio’ a Max. Il bravissimo interprete e l’eccellente foniatra con studio a Napoli. Giovanni Esposito è l’attore di cinema teatro e fiction italiane, il volto che sa spaziare dalle commedie più popolari ai set di due esigentissimi premi Oscar, Paolo Sorrentino e Florian Henckel.
E affida a Repubblica il suo messaggio per Massimo Borghese, l’otorino che per beffa atroce se n’è andato per mancanza di respiro, a 63 anni, una crisi fatale in fondo al tunnel dove l’aveva scaraventato l’infezione da Covid-19. E a solo due settimane dal contagio: che adesso tiene confinato in terapia intensiva anche suo fratello, di dieci anni più giovane. Erano medico e paziente. Poi Max, il professor Borghese, diventó instancabile fan di Giovanni, seduto in platea. Poi amici.
E adesso Giovanni lo ricorda con la sua lezione di medico, gli esercizi che gli imponeva per recuperare voce, le mani sul petto e sulla pancia, il solletico che poi faceva perdere tempo, ma anche tanto ridere. Ossigeno. Fiato. È quello di cui hanno bisogno i malati gravi della più sconvolgente epidemia del mondo iper connesso, ma è ciò che sembra mancare anche a noi adesso. In casa se scorriamo i bollettini, fuori quando raramente usciamo, sotto le mascherine, quelle che abbiamo imparato a chiamare dispositivi di protezione. Respirare, è sempre stata la prima arma contro le paure. Piccole o grandi.
E Massimo aveva dedicato a questo la sua vita. Insegnava soprattutto questo: a governare col respiro il disagio i difetti le imprecisioni il terrore. A superare le insidie nella voce dei bambini autistici, degli adulti disabili, o di brillanti attori e allenati cantanti. “Adesso dovremo imparare tutti di nuovo a respirare, a governare l’angoscia, a fidarci di noi, a stare vicini in sicurezza...”, scrive Giovanni parlando all’amico. “Quante volte mi hai ridato la voce e anche il sorriso. Non ti dimenticherò mai, non dimenticherò mai la tua testa chinata in platea ogni volta che venivi a vedere uno spettacolo. Perché tu non solo lo vedevi, tu ascoltavi, per capire se la voce era centrata oppure no. Sono sicuro che la tua abnegazione, il tuo altruismo, ti avrà esposto ancora di più a questo stramalefetto virus”.
Ma tra loro, napoletani diversi e generosi, l’attore proveniente dalla periferia più difficile, il medico da una borghesia impegnata, prevale il ricordo delle battute, della terapia diluita dal gioco.
“Ora me la faccio una risata”, gli ha promesso Giovanni. “Per te Max. Restiamo in casa. Sto chiuso qui. Provo a respirare. E rido con te”.