IN SINTESI
- L’America subisce il peggior crollo nelle vendite al dettaglio da 70 anni, e comincia a licenziare anche i “lavori sicuri”
- La Cina si affida al credito per ripartire
- L’Europa riapre in ordine sparso
- Ovunque le grandi aziende mettono le mani per prime sugli aiuti pubblici
STATI UNITI
Meno 8,7% a marzo: nonostante il boom di acquisti precauzionali nei beni alimentari, prodotti per la casa e farmaci, la caduta delle vendite al dettaglio è pesante. Ed è solo un assaggio: il dato di aprile sarà molto peggiore.Non esistono lavori sicuri, i licenziamenti ora colpiscono colletti bianchi e perfino il settore della sanità o il pubblico impiego. Questa è l’America, nel bene e nel male: flessibilità del mercato del lavoro a oltranza. L’ondata dei licenziamenti colpisce gli studi di avvocati e commercialisti e molte altre professioni medio-alte. Non è immune la sanità, dove si assiste a questo paradosso: in California, per esempio, molti ospedali sono semivuoti perché il picco di ricoveri per coronavirus è rimasto molto al di sotto delle previsioni, però nel frattempo sono state cancellati o rinviati ricoveri e operazioni non essenziali, lasciando inattivo tanto personale sanitario. Infine perfino la pubblica amministrazione comincia a ricorrere ai “furlough”, cioè lascia a casa dipendenti senza stipendio (o con stipendio ridotto): la caduta delle entrate fiscali già impoverisce molti Stati e municipi.
Cominciano a soffrire le grandi banche: JP Morgan, Wells Fargo, Goldman Sachs. Profitti a picco, mentre salgono i crediti inesigibili legati ai fallimenti dei debitori.
Altro settore in crisi: i proprietari dei centri commerciali non riescono più a riscuotere i canoni di locazione. Tra gli affittuari che hanno smesso di pagare il canone c’è una lista di nomi altisonanti, sorprendenti: vi figurano LVMH, Victoria’s Secret, le palestre Equinox, i supermercati Staples (cancelleria e articoli per uffici), i supermercati Petco (cibo per animali).
In questo disastro i primi big a raggiungere un accordo per il salvataggio pubblico sono le compagnie aeree: 10 su 12 hanno già l’intesa per incassare fondi pubblici, tra cui American Airlines, Delta e United. 25 miliardi di dollari di aiuti a fondo perduto, più prestiti agevolati. American Airlines, per esempio, riceve 5,8 miliardi di aiuti a fondo perduto e 1,7 miliardi di prestiti a tassi ridotti. La notizia però stride con la lentezza nell’erogare fondi alle piccole imprese. Come sempre ci sono lobby più efficaci e voraci nel mettere le mani sugli aiuti pubblici; non sono quasi mai le più bisognose o meritevoli.
Per finire su una nota meno disastrosa, sul Wall Street Journal trovo un ricco elenco di micro-aziende newyorchesi che si distinguono per inventiva, creatività, resilienza, reinventando il proprio mestiere per sopravvivere. Si va dal libraio di quartiere che si è messo a vendere e-book e compilation di letture digitali consigliati; alla tintoria che offre il servizio a domicilio “senza contatto umano ravvicinato”, e oltre a lavarli vi disinfetta i vestiti; al negozio di mobili per ufficio che vi arreda la casa-ufficio adattandola allo smart working.
ASIA
La più importante manovra di rilancio dell’economia cinese è affidata al credito. La banca centrale di Pechino – con un linguaggio inedito, ma che sta diventando caratteristico nella controffensiva geopolitica di Xi Jinping – si vanta di essere “dieci volte più efficace della Federal Reserve”, perché creando nuova liquidità per 2.000 miliardi di renminbi ha generato 7.000 miliardi di renminbi (equivalenti a 1.000 miliardi di dollari) di credito agevolato. Pompare credito fu una risposta alle crisi precedenti del 2009 e 2016, assai meno gravi di questa.
Fra i segnali preoccupanti per Pechino c’è l’abbandono di Renault, che chiude la sua joint venture con la casa automobilistica Dongfeng e lascia il mercato cinese. Per la verità Renault era in difficoltà già prima su quel mercato. Ma in questo come in altri casi, la pandemia diventa un acceleratore di tendenze.
Chi deve ripensare la propria dipendenza dalla Cina sono i big dell’informatica. Apple, Hp, nonché la cinese Lenovo-Ibm, non sono riuscite a scongiurare un calo di vendite di computer, proprio mentre i consumatori avrebbero voluto comprarli. La domanda era in crescita per via dello smart-working e dei corsi scolastici o universitari a distanza. Ma la merce non c’era, perché le fabbriche cinesi si erano fermate e gli ipermercati elettronici come Best Buy erano chiusi. Hanno sofferto di riflesso anche venditori di software come Microsoft.
Fra i segnali preoccupanti per Pechino c’è l’abbandono di Renault, che chiude la sua joint venture con la casa automobilistica Dongfeng e lascia il mercato cinese. Per la verità Renault era in difficoltà già prima su quel mercato. Ma in questo come in altri casi, la pandemia diventa un acceleratore di tendenze.
Chi deve ripensare la propria dipendenza dalla Cina sono i big dell’informatica. Apple, Hp, nonché la cinese Lenovo-Ibm, non sono riuscite a scongiurare un calo di vendite di computer, proprio mentre i consumatori avrebbero voluto comprarli. La domanda era in crescita per via dello smart-working e dei corsi scolastici o universitari a distanza. Ma la merce non c’era, perché le fabbriche cinesi si erano fermate e gli ipermercati elettronici come Best Buy erano chiusi. Hanno sofferto di riflesso anche venditori di software come Microsoft.
EUROPA
Austria e Danimarca riaprono. Poi forse sarà la volta del Belgio. Poi, pare, della Francia. Anche il calendario di ritorno all’attività è del tutto frammentato, ognuno decide per sé, senza guardare al vicino. La Commissione europea aveva chiesto una “mappa concertata”, è uno dei tanti appelli caduti nel vuoto. Bruxelles aveva chiesto che si cominciassero a riaprire le frontiere, anche questa proposta viene ignorata. Dopo i vari episodi di protezionismo/autarchia nelle forniture bio-mediche, è un’ennesima conferma della Disunione Europea.
I porti europei sono ingolfati di merce che nessuno ritira. Tre quarti delle importazioni arrivano via mare. A Rotterdam, Anversa, Zeebrugge e Amburgo, si stanno accumulando quattro-cinque settimane di scorte di magazzino. È merce che partì dall’Asia quando la Cina cominciava a riaprire, ma che fu ordinata da clienti europei prima che l’Europa chiudesse del tutto.
Come per i big del trasporto aereo negli Stati Uniti, anche in Francia cresce il risentimento verso la voracità delle grandi aziende nel fare incetta di aiuti pubblici. È dovuto intervenire il ministro del Lavoro di Macron per chiedere alle aziende francesi di grandi dimensioni di attingere anzitutto alle proprie disponibilità finanziarie per pagare stipendi e fornitore, anziché succhiare risorse dalla manovra pubblica.
I porti europei sono ingolfati di merce che nessuno ritira. Tre quarti delle importazioni arrivano via mare. A Rotterdam, Anversa, Zeebrugge e Amburgo, si stanno accumulando quattro-cinque settimane di scorte di magazzino. È merce che partì dall’Asia quando la Cina cominciava a riaprire, ma che fu ordinata da clienti europei prima che l’Europa chiudesse del tutto.
Come per i big del trasporto aereo negli Stati Uniti, anche in Francia cresce il risentimento verso la voracità delle grandi aziende nel fare incetta di aiuti pubblici. È dovuto intervenire il ministro del Lavoro di Macron per chiedere alle aziende francesi di grandi dimensioni di attingere anzitutto alle proprie disponibilità finanziarie per pagare stipendi e fornitore, anziché succhiare risorse dalla manovra pubblica.
OUTLOOK
Fra i tanti ripensamenti che le multinazionali devono affrontare in quest’era post-globalizzazione, uno riguarda il futuro dei manager espatriati. Manager giapponesi in Thailandia, americani ed europei in Cina, taiwanesi e sudcoreani in Vietnam. Più avvocati, commercialisti, consulenti finanziari. C’è una vasta diaspora di espatriati che per decenni è andata crescendo: più che un’élite sono il “corpo ufficiali” nell’armata del capitalismo globale. Sono dovuti rimanere sul posto per essere pronti a riaprire le fabbriche. Ma la loro vita pre-pandemia era fatta di viaggi continui, riunioni di lavoro su tre continenti, nomadismo globale. Sono anche loro uno degli anelli deboli della catena: esposti a contagio, o vettori di contagio, presi di mira da quarantene, divieti di attraversare frontiere, controlli sanitari più stringenti. Dichiararli una categoria in via di estinzione sarebbe esagerato. Però anche questi ranghi verranno sottoposti a tagli selettivi, per ridurre le vulnerabilità.