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Outlook | Il fattore Biden e lo scenario globale dell’economia

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Questo è il numero di lunedì 24 agosto 2020 della newsletter Outlook, firmata da Federico Rampini. L'iscrizione è inclusa nell'abbonamento a Rep: Per attivare l'iscrizione e scoprire tutte le newsletter di Repubblica clicca qui
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Primo Outlook dopo le vacanze, dominato dalla campagna elettorale americana e dai segnali di ripresa che sfidano l’aumento dei contagi. Giappone, Cina e America hanno indicatori economici migliori dell’Europa. A Washington ci si aspettano nuove azioni punitive contro la Cina perché sono coerenti con la strategia di Donald Trump per la rielezione. Intanto le ultime misure per strangolare Huawei negandole microchip made in Usa stanno mettendo in difficoltà il primo campione nazionale cinese nelle tecnologie avanzate. Non a caso Xi Jinping elabora una nuova dottrina economica, post-globalizzazione. E il mondo intero vede salire i debiti pubblici: la media dei paesi industrializzati è al 128% del debito pubblico/Pil, cioè un punto sopra il dato del 1946 che scontava la spesa militare della seconda guerra mondiale. Ci manca la dinamica demografica per rendere credibile la prospettiva di una ricostruzione stile anni Cinquanta, quando il Pil aument&ogr…
Primo Outlook dopo le vacanze, dominato dalla campagna elettorale americana e dai segnali di ripresa che sfidano l’aumento dei contagi. Giappone, Cina e America hanno indicatori economici migliori dell’Europa. A Washington ci si aspettano nuove azioni punitive contro la Cina perché sono coerenti con la strategia di Donald Trump per la rielezione. Intanto le ultime misure per strangolare Huawei negandole microchip made in Usa stanno mettendo in difficoltà il primo campione nazionale cinese nelle tecnologie avanzate. Non a caso Xi Jinping elabora una nuova dottrina economica, post-globalizzazione. E il mondo intero vede salire i debiti pubblici: la media dei paesi industrializzati è al 128% del debito pubblico/Pil, cioè un punto sopra il dato del 1946 che scontava la spesa militare della seconda guerra mondiale. Ci manca la dinamica demografica per rendere credibile la prospettiva di una ricostruzione stile anni Cinquanta, quando il Pil aumentò in media annua del 4% in America, 6% in Italia, 8% in Germania e Giappone (la popolazione dava un contributo decisivo negli anni Cinquanta, crescendo dell’1% annuo).
 

STATI UNITI

La festività del Labor Day cade il 7 settembre. Doveva essere – come tutti gli anni – il giorno del grande rientro perché molte scuole riaprono l’indomani. Invece quest’anno sarà un mezzo rientro: secondo un’indagine citata dal Wall Street Journal il 57% delle imprese americane ha rinviato i piani di ritorno dei dipendenti nelle sedi fisiche di lavoro, prolungando lo smartworking oppure qualche forma di cassa integrazione (furlough). Pesa il ritorno dei contagi, che però da una decina di giorni si sta attenuando: siamo sotto i 40.000 contagi al giorno contro una media di 60.000 a luglio. Inoltre negli Stati Uniti come altrove sembrano prevalere forme più lievi della malattia: i ricoveri ospedalieri sono ai minimi da giugno. Tuttavia il ritorno alla normalità per il mondo del lavoro è appeso – come ovunque – alla scuola, dove prevale la cautela e le riaperture dei corsi in sede sono rinviate oppure avvengono in forma ibrida. Un’ulteriore complicazione si aggiunge nello Stato più ricco degli Stati Uniti, la California che vive un’altra emergenza incendi.

Malgrado le incognite i segnali di ripresa americana si confermano: l’indice degli acquisti IHS Markit che misura l’attività industriale e nei servizi è in netto miglioramento, segna 54,7 ad agosto, un massimo da 18 mesi e una progressione sensibile rispetto al 50,3 di luglio. In forte ripresa anche le vendite di case. Restano debolezze sul mercato del lavoro e la produzione industriale è dell’8,2% inferiore a un anno fa. Mentre la ripresa è innegabile, non è detto che Trump riesca a convincere gli elettori della sua solidità. Ci sono 28 milioni di americani sulle liste di disoccupazione, e i fallimenti sono aumentati del 52%. In alcuni settori come il commercio l’ecatombe è peggiore di quella del 2008-2009.

Trump è tornato a esaltare il boom di Borsa nei suoi ultimi comizi: l’indice Standard&Poor’s 500 ha cancellato le perdite del 2020 ed è tornato a nuovi record. E’ indicativo della situazione economica in generale? I mercati azionari rappresentano una realtà parziale, per il peso preponderante che hanno le aziende Big Tech. I cinque giganti del digitale (Apple Amazon Microsoft Alphabet-Google e Facebook) ormai valgono il 25% di tutto l’indice S&P500; hanno raddoppiato il loro peso relativo in soli quattro anni. Apple vale 11 volte quella ex-regina della Borsa nella Old Economy che era stata la compagnia petrolifera Exxon. La dimensione e la vitalità del settore digitale Usa non si limita ai cinque leader, dietro di loro ci sono aziende meno grandi che vanno annoverate tra le vincitrici di questa crisi (da Cisco a Netflix, da Logitech a Zoom, per citarne alcune). Però dal punto di vista dell’impatto occupazionale e sociale c’è una vasta porzione dell’economia che soffre, senza che questo si rifletta negli indici di Wall Street.
 

ASIA

Anche il debito cinese aumenta a rotta di collo: quello complessivo (Stato+imprese+famiglie) è cresciuto di 8 punti del Pil. Quello delle aziende vale il 166% del Pil, quello pubblico almeno ufficialmente è a quota 70%. Le famiglie hanno aumentato di un punto del Pil il proprio indebitamento per mutui casa. Xi Jinping ha lanciato ai vertici del partito comunista un dibattito sulla “circolazione duale”: la terminologia è incomprensibile per chi non appartiene agli alti ranghi della nomenclatura. Gli esperti lo decifrano così: Xi prende atto che l’età aurea della globalizzazione è dietro di noi, di conseguenza invita la classe dirigente cinese a riorientare il modello di sviluppo. La Cina post-coronavirus dovrà fare meno affidamento sui mercati esteri, e di più sulla domanda interna.

La prepotenza paga? Sanzioni a parte, l’attenzione della comunità internazionale sulla tragica sorte di Hong Kong si sta già attenuando. Per molti aspetti, e certamente nei confronti delle sue constituency domestiche, Xi si considera vincitore di questa partita. Colpirne uno per educarne cento, lo slogan di Mao Zedong, sembra ispirare molti emuli: dalle Brigate Rosse dei nostri anni di piombo, a Vladimir Putin.

Il Giappone arretra meno di noi e degli Stati Uniti. Il Pil giapponese ha perso il 7,8% nel secondo trimestre: è il peggiore dato nella storia del Sol Levante in epoca contemporanea, ma è meno pesante della caduta europea o americana. Secondo la banca centrale di Tokyo alla fine del 2020 la perdita annua dovrebbe limitarsi a meno 0,5%, grazie alla manovra di spesa pubblica pari a 2.000 miliardi di euro. La disoccupazione resta a livelli irrisori (3% della forza lavoro) e i fallimenti sono addirittura inferiori al 2019.

La guerra fredda fra Stati Uniti e Cina dominerà la scena prima e anche dopo il 3 novembre. L’ostilità tra le due superpotenze ha continuato la sua escalation implacabile. Nel periodo estivo Washington ha varato nuove sanzioni contro dirigenti cinesi responsabili degli abusi contro la minoranza islamica degli uiguri nello Xinjiang; ha dichiarato illegali le pretese territoriali di Pechino nel Mare della Cina meridionale; ha tolto a Hong Kong tutti i privilegi commerciali fiscali e diplomatici; ha incriminato alcuni cinesi per spionaggio; ha chiuso il consolato della Repubblica Popolare a Houston, Texas, sospettato di essere un covo di spie (tra le altre cose i diplomatici cinesi di stanza a Houston avrebbero tentato di carpire segreti sulle ricerche di vaccini anti-coronavirus). Infine Trump ha varato nuove sanzioni contro Huawei, in quella che Pechino definisce una volontà deliberata di “soppressione” del campione nazionale cinese delle telecom. Ormai Huawei è nell’impossibilità di usare microchip made in Usa, il che rende problematica l’affidabilità della sua tecnologia per il 5G. Trump userà la Cina nella sua campagna contro Biden, cercando di descrivere il suo rivale democratico come un esponente del vecchio establishment che firmò accordi di libero scambio ai danni della classe operaia americana, e fece concessioni fatali al regime di Pechino. Biden indossa a sua volta i panni del falco. Lungi dal promettere un disgelo con Xi Jinping, il democratico preannuncia che sarebbe più duro di Trump sui diritti umani, più credibile di Trump nel chiamare a raccolta gli alleati per fare fronte unito contro Pechino, più efficace di Trump nell’attuare una politica industriale che recuperi il ritardo americano nella tecnologia 5G. Non può sfuggire un dato: Apple era stata indicata più volte come una vittima potenziale delle misure protezioniste di Trump. Poiché l’azienda californiana assembla molti prodotti in Cina, ed ha in quel paese un mercato importante, la si è spesso considerata vulnerabile alle ritorsioni di Pechino. La sua salute eccellente – sancita dai duemila miliardi di capitalizzazione in Borsa – per ora toglie un argomento a quei detrattori di Trump che giudicano nefasto il suo braccio di ferro con Xi Jinping.
 

EUROPA

È il Vecchio Continente a subire l’impatto maggiore dalla risalita dei contagi, che raffreddano le aspettative di una normalizzazione dopo l’estate. L’indice IHS Markit per l’Europa segna un peggioramento: 51,6 ad agosto contro 54,9 a luglio. Sono colpiti soprattutto i servizi, dove pesa il turismo. Un raggio di sole arriva dall’Oriente per l’industria tedesca, che ha visto salire gli ordinativi dalla Cina.

Una presidenza Biden avrebbe ricadute benefiche per l’Europa: l’establishment democratico nelle sue ultime revisioni dell’analisi sulla Cina non contesta che l’espansionismo di Xi vada arrestato, ma giudica sbagliate le tattiche solitarie di Trump. Il duo Biden-Harris cercherebbe di coinvolgere gli europei in un fronte comune; di conseguenza sarebbe pronto a cedere qualcosa nella guerra sui dazi Usa-UE. Una parziale schiarita nelle relazioni transatlantiche si accompagnerebbe a una rivalutazione delle istituzioni sovranazionali.
 

OUTLOOK

Gli scommettitori danno favorito Biden e una presidenza democratica è lo scenario numero uno per gli investitori. Questo fa pensare che non prendano sul serio le ambizioni riformiste dei democratici. Almeno finché dominavano la scena esponenti dell’ala sinistra come Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, la Silicon Valley sembrava destinata a subire un’offensiva antitrust. Dalle quotazioni di Borsa si direbbe che quella minaccia non è considerata all’ordine del giorno.

L’ottimismo di Wall Street sembra ridimensionare anche altre ambizioni riformiste dei democratici. Una lotta alle diseguaglianze dovrebbe includere una riforma fiscale che inverta il segno di quella varata da Trump all’inizio del suo mandato. Se i democratici vanno presi alla lettera, dovrebbero spostare il segno della pressione fiscale sulle imprese e sui redditi da capitali: questo non è nelle attese degli investitori, a giudicare dall’andamento dei listini. Se ne deduce che il mondo della finanza punta su un’alternanza soft nei contenuti della politica economica, oppure su una rimonta di Trump. Il cinismo degli investitori non è infondato. Ancora una volta, come nel 2008, in caso di vittoria di Biden-Harris la sinistra erediterebbe un’economia stremata da una crisi grave. Se il precedente di Obama-Biden 12 anni fa insegna qualcosa, è che in mezzo a una recessione la sinistra tende ad affidarsi alle ricette più tradizionali, non osa lanciare operazioni d’ingegneria sociale molto audaci (il New Deal del 1933 è un’altra storia). Inoltre una vittoria dei democratici nella corsa alla Casa Bianca non comporta necessariamente una loro riconquista della maggioranza al Senato.

Basterebbe un veto repubblicano per costringere alla ricerca di compromessi bipartisan. Se si aggiunge la biografia politica di Biden (e in parte della stessa Kamala Harris), chiaramente centrista, per rassicurare il capitalismo americano. Salvo grosse sorprese, dopo il 3 novembre la politica economica degli Stati Uniti sarà dominata dalla ricerca di larghe intese su manovre di sostegno alla crescita; più una politica monetaria eccezionalmente espansiva. Forse l’unico scenario veramente temuto è quello di un’elezione contesa nei tribunali per un paio di mesi. Visto che Trump ha costruito una carriera affaristica sulla litigation e sull’aggressività dei suoi avvocati, bisognerebbe prevedere che qualcosa di sgradevole accada in ogni Stato Usa in cui Biden dovesse vincere per il rotto della cuffia. Questo significa uno scenario di prolungata incertezza, di che arrecare danni alla ripresa.