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Outlook / Usa, saldi fuori stagione

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Questo è il numero di mercoledì 9 settembre 2020 della newsletter Outlook, firmata da Federico Rampini. L'iscrizione è inclusa nell'abbonamento a Rep: per attivare l'iscrizione clicca qui
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Torna in primo piano la guerra commerciale fra Europa e Stati Uniti, con un colpo di scena che fa una vittima collaterale. Il colosso francese del lusso Lvmh rinuncia all'acquisto di Tiffany con questa giustificazione: sarebbe il governo di Parigi a imporre un veto, causa il rischio di dazi americani sui prodotti di lusso. Tiffany contesta e si prepara a una battaglia giudiziaria ma questa storia riaccende l'attenzione sul contenzioso transatlantico proprio mentre a Bruxelles il portafoglio del commercio estero passa nel mani di Valdis Dombrovskis. Dietro la giustificazione ufficiale però gli americani sospettano che ci sia dell'altro: l'accordo per comprare Tiffany per 16 miliardi di dollari appartiene all'era pre-Covid, da allora sul mondo del lusso si è abbattuto un cataclisma, in particolare il blocco del turismo internazionale e dello shopping collegato.

STATI UNITI
Labor Day è passato, tutta l'America è tornata al lavoro. Ma t…
Torna in primo piano la guerra commerciale fra Europa e Stati Uniti, con un colpo di scena che fa una vittima collaterale. Il colosso francese del lusso Lvmh rinuncia all'acquisto di Tiffany con questa giustificazione: sarebbe il governo di Parigi a imporre un veto, causa il rischio di dazi americani sui prodotti di lusso. Tiffany contesta e si prepara a una battaglia giudiziaria ma questa storia riaccende l'attenzione sul contenzioso transatlantico proprio mentre a Bruxelles il portafoglio del commercio estero passa nel mani di Valdis Dombrovskis. Dietro la giustificazione ufficiale però gli americani sospettano che ci sia dell'altro: l'accordo per comprare Tiffany per 16 miliardi di dollari appartiene all'era pre-Covid, da allora sul mondo del lusso si è abbattuto un cataclisma, in particolare il blocco del turismo internazionale e dello shopping collegato.

STATI UNITI
Labor Day è passato, tutta l'America è tornata al lavoro. Ma tornata a lavorare dove? A New York fino alla scorsa settimana solo l'8% degli uffici si erano ripopolati. Un sondaggio del New York Times tra le aziende newyorchesi indica che solo il 52% pensa di riportare la manodopera in ufficio entro il luglio 2021. Sì, avete capito bene: luglio 2021. Questa desertificazione colpisce una metropoli che ha più superficie commerciale per uffici di Londra e San Francisco messe insieme. E le conseguenze si sentiranno a cascata perché dalle locazioni di uffici il comune di New York ricava il 10% del suo gettito fiscale.

Intanto sul fronte della grande distribuzione è in arrivo un'ondata di saldi fuori stagione. Sono soprattutto punti vendita che si apprestano a fallire, e offrono liquidazioni al 40-60%, come Gap a San Francisco. Eppure non c'è l'assalto ai negozi, anche perché le regole del distanziamento lo proibiscono.

Tra i settori che dal lockdown hanno beneficiato, sappiamo che c'è la grande distribuzione alimentare. La quale sta vivendo una rivoluzione, perché all'aumento delle vendite si è aggiunta una trasformazione nella tipologia dei consumi. La situazione è fluida e può ancora cambiare ma per adesso si affermano queste novità: i prodotti ortofrutticoli freschi ci hanno guadagnato e in particolare il "chilometro zero"; sul fronte opposto c'è anche un boom di surgelati; l'acquisto di alimenti online ha fatto un tale salto dimensionale che qualcosa resterà; la scelta si è ridotta e quindi la selezione dei fornitori diventa ancora più spietata.

Lo Stato del New Jersey vuole pensare al futuro della "generazione bruciata" dalla pandemia e adotta un esperimento già fatto in Gran Bretagna: i baby-bond. Per ogni bambino nato nel New Jersey da una famiglia con reddito annuo inferiore ai 131.000 dollari, lo Stato crea un deposito di risparmio con una dotazione iniziale di mille dollari. Si stima che vi avranno diritto 72.000 bambini. Il deposito può essere svincolato e utilizzato al momento di andare all'università o di iniziare un lavoro.

General Motors investe due miliardi di dollari in Nikola, una start-up specializzata nei veicoli commerciali elettrici e a idrogeno. È un nuovo sbocco per le batterie Ultium e la tecnologia "fuel cell" che la GM già produce e fornisce anche a Honda.

Sul mercato dell'auto elettrica è interessante il retroscena del capitombolo di Tesla ieri in Borsa. L'azienda californiana di Elon Musk è stata vittima di un eccesso di aspettative a cui è seguita una delusione. Da molti mesi veniva sospinta verso valutazioni stratosferiche, fino a raggiungere una capitalizzazione di 330 miliardi che la piazzava nella Top Ten del listino. Una quotazione così elevata ha alimentato la previsione che Tesla sarebbe stata ammessa nell'indice Standard&Poor's500, il che significa automaticamente l'ingresso in molti fondi-indice, fondi comuni d'investimento che acquistano automaticamente azioni delle società che fanno parte di certi indici di riferimento. L'elenco S&P500 viene aggiornato periodicamente, con l'esclusione di società che hanno perso quota. Ma per adesso l'atteso ingresso di Tesla non c'è stato. Possono avere pesato i sospetti di alcuni analisti sulla sostenibilità della quotazione dell'azienda di Musk. É stato rilevato, ad esempio, che il bilancio di Tesla è artificialmente beneficiato dalla vendita di "crediti normativi" ad altre case automobilistiche. Esiste in alcuni Stati Usa come la California la possibilità di acquistare e vendere crediti relativi alla produzione di auto a emissioni zero (il meccanismo è simile alle Borse di acquisto di crediti carbonici nei sistemi "cap & trade"). La vendita di quei crediti normativi ha trasferito nelle casse di Tesla più di un miliardo di dollari negli ultimi 12 mesi.

La più grande banca americana, JP Morgan, è costretta ad ammettere di aver scoperto al proprio interno delle frodi nella gestione del programma di aiuti federali alle imprese. Si tratta del piano chiamato Paycheck Protection Program, che ha versato un totale di 670 miliardi di dollari alle imprese, fra prestiti e dotazioni a fondo perduto condizionate al mantenimento dei livelli occupazionali. Le denunce di frodi erano state quasi immediate dopo la scoperta che grosse aziende avevano fatto la parte del leone, in un programma che doveva aiutare soprattutto le medio-piccole. Le banche erano l'intermediario e gestivano le pratiche per la richiesta e l'erogazione dei fondi pubblici.

ASIA
Una lezione dalla Corea del Sud: ri-localizzare in patria le attività finite all'estero, è più facile a dirsi che a farsi. Nonostante la pressione e gli incentivi del governo di Seul, le aziende sudcoreane sono riluttanti a riportare a casa le fabbriche create in Cina o in Vietnam. Un'inchiesta fra 200 aziende piccole e medie rivela che solo l'8% ha l'intenzione di riportare sul territorio domestico le attività delocalizzate in Paesi a minor costo della manodopera, con minori poteri sindacali e minori regole.

Risale la tensione al confine tra India e Cina, per la prima volta è stato fatto uso di armi da fuoco, che da decenni erano state tolte alle truppe stazionate in quell'area, nella speranza di evitare i rischi di conflitto. Intanto dai dissidenti di Hong Kong ai media americani continua la campagna di boicottaggio contro il film "Mulan" della Disney, per protestare contro il fatto che alcune scene sono state girate nello Xinjiang, regione dove sono perseguitati i musulmani.

EUROPA
Duro attacco del Financial Times al progetto italiano sulla banda larga: mentre tutti gli altri Paesi europei cercano di stimolare il massimo di competizione, l'Italia "ricostruisce il monopolio, crea un mostro che sarà il suicidio perfetto per la rete a fibre ottiche".

Germania e Francia guidano la ripresa delle esportazioni europee. Il made in France ha registrato +9,6% di vendite sui mercati internazionali a luglio rispetto al mese precedente. Per il made in Germany il dato di luglio su giugno è +4,7% e si tratta del terzo mese consecutivo di aumento. Nessuno però ha recuperato i livelli di un anno prima, i tedeschi restano sotto dell'11% e i francesi del 17%. Per la Germania il mercato che regge meglio è quello cinese.

CONCLUSIONE
Kamala Harris scherza col fuoco. La candidata democratica alla vicepresidenza, criticando la fretta con cui Donald Trump ha annunciato un possibile vaccino prima del voto, si è spinta troppo avanti e viene bacchettata duramente dal Washington Post, quotidiano che pure simpatizza per i democratici. La Harris ha detto che se il vaccino è disponibile a fine ottobre, lei forse non si fiderebbe a prenderlo. La frase rischia di alimentare una corrente anti-vax già fin troppo forte e pericolosa, e un domani potrebbe ritorcersi contro i democratici se saranno loro al governo.
C'è un dato dimenticato che potrebbe fare la differenza il 3 novembre e garantire che sarà Joe Biden il prossimo presidente degli Stati Uniti: è la sostanziale assenza di candidati indipendenti. Pochi lo ricordano ma nel 2016 per l'eliminazione di Hillary Clinton fu decisivo il fatto che il 6% dei voti vennero dispersi tra candidati indipendenti, come l'ambientalista Jill Stein che piaceva alle frange più radicali nei campus universitari. In assenza di candidature di disturbo che abbiano qualche rilievo e notorietà, quest'anno il voto agli indipendenti dovrebbe assestarsi sulla media fisiologica del 2%. Questo contribuisce a rendere un po' più affidabili i sondaggi, che danno un margine ancora confortevole a Biden. Resta la possibilità di una sua performance disastrosa nei duelli televisivi. Il primo dei quali (29 settembre) secondo le previsioni potrebbe attirare una audience di 70 milioni di spettatori.