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(ansa)

Outlook | La ripresa americana

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Questo è il numero di giovedì 29 ottobre 2020 della newsletter Outlook, firmata da Federico Rampini. L'iscrizione è inclusa nell'abbonamento: scopri tutte le newsletter su newsletter.repubblica.it
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STATI UNITI
Questa newsletter oggi è tutta sulla ripresa americana: è la notizia del giorno, anche per le possibili conseguenze sulla campagna elettorale a cinque giorni dal voto "nominale" (il voto reale è già in corso, una maggioranza di americani si sono pronunciati prima di conoscere l'ultimo dato economico).

Più 7,4% il Pil del terzo trimestre (rispetto al secondo), che equivale a +33% se proiettato su base annua. E' un rimbalzo vigoroso, la conferma che l'economia americana si sta riprendendo a gran velocità. E' l'ultima buona notizia che arriva in tempo utile per finire nei comizi di Donald Trump: la conferma di quanto lui va dicendo da tempo e cioè che il peggio è passato. Lui aggiunge che è grazie alla sua capacità di governo, se l'impatto del coronavirus e dei lockdown è stato relativamente breve; accusa il suo rivale Joe Biden di voler prolungare la sofferenza con…
STATI UNITI
Questa newsletter oggi è tutta sulla ripresa americana: è la notizia del giorno, anche per le possibili conseguenze sulla campagna elettorale a cinque giorni dal voto "nominale" (il voto reale è già in corso, una maggioranza di americani si sono pronunciati prima di conoscere l'ultimo dato economico).

Più 7,4% il Pil del terzo trimestre (rispetto al secondo), che equivale a +33% se proiettato su base annua. E' un rimbalzo vigoroso, la conferma che l'economia americana si sta riprendendo a gran velocità. E' l'ultima buona notizia che arriva in tempo utile per finire nei comizi di Donald Trump: la conferma di quanto lui va dicendo da tempo e cioè che il peggio è passato. Lui aggiunge che è grazie alla sua capacità di governo, se l'impatto del coronavirus e dei lockdown è stato relativamente breve; accusa il suo rivale Joe Biden di voler prolungare la sofferenza con un accanimento sui lockdown a oltranza.

Questo dato va inquadrato nella giusta prospettiva. In particolare il +33% annuo è un'illusione ottica legata alla caduta del trimestre precedente. (Ricordo la ragione fondamentale per cui le percentuali al ribasso e al rialzo sono asimmetriche: se ho 100 dollari di reddito e ne perdo il 50% mi ritrovo con 50 dollari, se poi recupero il 50% salgo solo a 75 dollari). Dunque, il dato di oggi va letto in sequenza con quello del secondo trimestre, in cui il Pil era sceso del 9% rispetto al primo e del 31,4% su base annua. Alla fine, il rimbalzo registrato dal primo luglio al 30 settembre lascia l'economia americana del 3,5% più povera rispetto alla fine del 2019 il che in tempi normali sarebbe una pesante recessione, e a tutti gli effetti va considerata tale. Il quarto trimestre dovrebbe essere ancora positivo, ma non abbastanza da evitare che il 2020 si chiuda con un segno meno davanti al Pil annuo.
 
Un altro indicatore, relativo al mercato del lavoro, dice che sui 22 milioni di posti di lavoro eliminati dall'inizio di questa crisi, ne sono già stati recuperati la metà. E' il classico caso del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno: la ripresa c'è, ma per 11 milioni di disoccupati è un evento ancora del tutto virtuale. E' di ieri la notizia di nuovi licenziamenti alla Boeing, altri 11.000 posti di lavoro saranno eliminati come conseguenza della crisi del trasporto aereo.

Sul fronte dei consumi, stesso discorso. Le carte di credito, che registrano velocemente i cambiamenti nel comportamento di spesa, dicono di aumenti contrastati. A ottobre American Express ha registrato +32% negli acquisti online e meno 10% nelle spese tradizionali. Un altro gestore di carte di credito, Discover, a ottobre ha visto aumentare del 16% le spese alimentari e del 26% i consumi al dettaglio, mentre crollavano del 19% e del 49% rispettivamente gli acquisti di benzina e le spese per viaggi.

E' proprio la spesa per consumi ad aver trainato la ripresa  dell'economia americana nel terzo trimestre. I consumi rappresentano oltre i due terzi del Pil. Dal primo luglio al 30 settembre hanno segnato un aumento del 40,7% su base annua. Tra le voci più dinamiche c'è l'acquisto di automobili. Sempre depressa invece la spesa per servizi, viste le chiusure di ristoranti, dell'industria dello spettacolo, e la paralisi del turismo. Non si riprendono le esportazioni, penalizzate dalla crisi della domanda globale.
 
Quanta parte di questi dati può aiutare Trump a innescare una rimonta finale? Il messaggio del presidente è chiaro, lo ha ripetuto all'ultimo duello televisivo con Joe Biden: con la mia politica economica io avevo generato una crescita eccezionale, raggiungendo il pieno impiego; poi è arrivato dalla Cina un virus che ha sfasciato tutto; ma la salute fondamentale dell'economia americana è così sana che stiamo risollevandoci a gran velocità; guai se eleggete un democratico che ucciderà la ripresa a colpi di nuove tasse.

Il bilancio dei primi tre anni di governo è un po’ meno favoloso di quanto lui lo descriva. Tra gli aspetti controversi c’è il risultato delle politiche racchiuse sotto lo slogan Make America Great Again. C’è di tutto lì dentro: i dazi contro le importazioni cinesi, ma anche la riforma fiscale che ha favorito il rientro di capitali esteri delle multinazionali, gli aiuti all’energia fossile e gli incentivi alla reindustrializzazione. La partita con la Cina non ha dato i risultati promessi, ma anche qui c’è lo zampino del covid: gli impegni di Pechino per aumentare le importazioni di prodotti made in Usa erano freschi di firma a gennaio, quando la Cina si è chiusa in lockdown. La reindustrializzazione degli Stati Uniti si è fermata a qualche episodio, non è diventata una tendenza impetuosa; certe multinazionali hanno preferito spostare investimenti dalla Cina al Vietnam o dalla Cina al Messico (tornato ad essere attraente in particolare dopo la firma del nuovo trattato sul mercato unico nordamericano). C’è poi il bilancio delle Borse, positivo, ma con una concentrazione sui titoli Big Tech che hanno vinto alla lotteria del coronavirus

Se si fosse votato a febbraio, la credibilità di Trump nel governo dell'economia poteva risultare decisiva. Tuttora questo è l'unico terreno sul quale lui gode di un leggero vantaggio nei sondaggi. Non sufficiente per trasformarsi in un giudizio positivo su tutta la presidenza. Ma non c'è dubbio che nei comizi delle prossime ore - lui ne sta facendo in media tre al giorno e tutti affollati - sentiremo parlare molto di un boom economico in atto.