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Outlook | Volgere lo sguardo a Oriente per scoprire il futuro post Covid

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Questo è il numero di lunedì 16 novembre 2020 della newsletter Outlook, firmata da Federico Rampini. L'iscrizione è inclusa nell'abbonamento a Rep: per attivare l'iscrizione clicca qui
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Un consiglio per chiunque voglia scommettere sulla rinascita: staccatevi dal bollettino quotidiano dei contagi, dei ricoveri e dei decessi, e volgete lo sguardo a Oriente. Un terzo dell’umanità sta già vivendo il capitolo successivo, post-pandemia. L’Estremo Oriente sta scrivendo il futuro, merita la nostra attenzione.

La globalizzazione riparte, ma è tutta asiatica. Dopo anni di escalation dei protezionismi, accelerati da una pandemia che ha diffuso tendenze autarchiche, un robusto segnale in controtendenza arriva dal più grande trattato di libero scambio mai firmato. Unisce 2,2 miliardi di persone e un terzo del Pil mondiale, concentrati fra l’Asia-Pacifico e il Sud-est asiatico. Grande assente: l’America, che si era chiamata fuori ancora prima che alla Casa Bianca arrivasse il turbo-protezionista Donald Trump. Questo accordo contiene una conferma e una sfida. La conferma è che il motore della crescita mondiale si è …
Un consiglio per chiunque voglia scommettere sulla rinascita: staccatevi dal bollettino quotidiano dei contagi, dei ricoveri e dei decessi, e volgete lo sguardo a Oriente. Un terzo dell’umanità sta già vivendo il capitolo successivo, post-pandemia. L’Estremo Oriente sta scrivendo il futuro, merita la nostra attenzione.

La globalizzazione riparte, ma è tutta asiatica. Dopo anni di escalation dei protezionismi, accelerati da una pandemia che ha diffuso tendenze autarchiche, un robusto segnale in controtendenza arriva dal più grande trattato di libero scambio mai firmato. Unisce 2,2 miliardi di persone e un terzo del Pil mondiale, concentrati fra l’Asia-Pacifico e il Sud-est asiatico. Grande assente: l’America, che si era chiamata fuori ancora prima che alla Casa Bianca arrivasse il turbo-protezionista Donald Trump. Questo accordo contiene una conferma e una sfida. La conferma è che il motore della crescita mondiale si è spostato in Estremo Oriente dove ci sono le uniche economie in forte ripresa, Cina in testa.

La sfida è per Joe Biden, che a suo tempo fu un sostenitore di quel tipo di trattati, ma dovette rassegnarsi a non concludere la Trans Pacific Partnership per le crescenti resistenze all’interno dello stesso partito democratico. A due mesi dal suo insediamento alla Casa Bianca, Biden è già confrontato con una realtà internazionale in rapida evoluzione. Tre dei maggiori alleati degli Stati Uniti, Giappone Corea del Sud e Australia, hanno accettato di firmare un patto la cui leadership sta evidentemente a Pechino.

Biden dovrà tornare a un’idea di Barack Obama, il cosiddetto “Asia pivot”, cioè una rotazione delle priorità strategiche degli Stati Uniti che metta l’Asia al centro. Questo potrà comportare qualche delusione per gli alleati europei che speravano di essere in cima ai suoi pensieri.

L’accordo firmato ieri da 15 governi si chiama Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep). Per la popolazione dei 15 paesi, supera ogni altro accordo di libero scambio. Include 10 economie del Sud-est asiatico insieme a Cina, Giappone, Corea del Sud, Nuova Zelanda e Australia. Proposto per la prima volta nel 2012, all’origine era considerato la risposta di Pechino al Tpp (Trans Pacific Partnership) lanciato da Obama e Biden. Ma il Tpp perse per strada proprio il principale sostenitore, cioè gli Stati Uniti, quando fu chiaro che il Congresso non l’avrebbe ratificato.

Già sul finire del secondo mandato di Obama cresceva una contestazione contro i trattati di liberoscambio per le conseguenze sulla classe operaia americana, prima ancora che Trump si lanciasse in politica facendo di questo tema uno dei suoi cavalli di battaglia. Obama-Biden dicevano, fino a cinque anni fa: o questi trattati li governiamo noi, oppure lasceremo che sia la Cina a dettare le nuove regole del gioco. Ma finirono in minoranza e Hillary Clinton durante la sua campagna del 2016 si spostò su posizioni più protezioniste accantonando il Ttip. Trump ha fatto il resto: il clima del paese è più nazionalista e non sarà facile "vendere" all'opinione pubblica americana - o prima ancora al Congresso - nuovi trattati.

Il Tpp originario è stato firmato comunque, ma solo dagli altri paesi, guidati dal Giappone. Ora gli si affianca o contrappone questo trattato Rcep promosso dalla Cina, paese che Obama non volle includere nei negoziati sul Tpp. Nel frattempo la geografia della crescita globale è stata sconvolta dall’effetto pandemia-lockdown: il dinamismo è in Asia. Dietro la locomotiva cinese corrono Vietnam, Taiwan e altri. Il Giappone ha appena annunciato che la sua ripresa nel periodo luglio-agosto-settembre è stata velocissima, il tasso di crescita più forte degli ultimi 40 anni.

Le stime più ottimiste sull’impatto del Rcep gli attribuiscono l’effetto di aumentare la ricchezza mondiale per 200 miliardi di dollari all’anno a partire dal 2030. Una stima dell’economista Michael Plummer (Johns Hopkins University) gli attribuisce un impatto di 186 miliardi di dollari pari allo 0,2% del Pil dei paesi membri. Non è enorme, ed inoltre bisogna scontare un pregiudizio accademico favorevole alle liberalizzazioni, i cui benefici sono stati spesso sopravvalutati in passato. Senza attribuire eccessiva importanza a questi numeri, il trattato è l’equivalente di una piccola manovra anti-recessione, spalmata su paesi che in realtà dalla recessione sono già usciti. Il segnale politico è indiscutibile. La pressione su Biden per rientrare in gioco in quell’area del mondo è altrettanto innegabile.

Il governo del Giappone ha fornito una sua stima dettagliata sugli effetti del trattato. Secondo Tokyo, il Rcep ridurrà dazi sul 91% dell’interscambio tra i firmatari. Le esportazioni made in Japan sul mercato cinese totalmente esenti da dazi saliranno dall’8% all’86% del totale. Quelle verso la Corea del Sud passeranno dal 19% al 92% come percentuale di export in regime di esenzione da tasse doganali. Tra i settori più beneficiati c’è la componentistica per auto, dove il Giappone stima che saranno esentate da dazi l’87% delle sue esportazioni verso la Cina, per un valore di 50 miliardi di dollari annui. Ancor più dei numeri, è rilevante il fatto che il Rcep sia il primo trattato per la liberalizzazione degli scambi a cui partecipano congiuntamente Cina, Giappone e Corea del Sud, le tre maggiori economie dell’Estremo Oriente, due delle quali sono storiche alleate di Washington.

Tre le assenze da segnalare. In primo luogo l’agricoltura. Poi questo trattato si occupa pochissimo di armonizzare gli standard, tema che invece era diventato dominante per i paesi occidentali: sia negli Stati Uniti che in Europa i trattati di nuova generazione (molti dei quali sono finiti su un binario morto, abbandonati senza arrivare a conclusione) ambivano a regolare i diritti dei lavoratori, la protezione dell’ambiente, la salute dei consumatori. Gli enormi divari tra economie come il Giappone e la Cina, la Corea e la Malesia, hanno spinto a mettere da parte quel genere di obiettivi.

L’assenza più macroscopica è quella della seconda nazione del pianeta, l’India, che è anche la quarta economia mondiale dietro il Giappone. L’India era stata invitata ma già da un anno aveva abbandonato il negoziato. Le ragioni della sua assenza sono interessanti. Da una parte l’India – che ha una tradizione protezionista – ha temuto un’invasione ancora più formidabile di prodotti cinesi. D’altra parte Delhi, che ha un’industria del software avanzatissima, voleva includere la liberalizzazione dei servizi nel trattato, ed è stata la Cina a non volerlo.

Infine il governo di Narendra Modi voleva più liberalizzazioni in prodotti ad alta intensità di manodopera, ma Pechino su quel fronte è già preoccupata dalle sue delocalizzazioni; in settori come il tessile-abbigliamento e il calzaturiero grandi produttori cinesi si stanno spostando verso paesi dove il costo del lavoro è inferiore. La firma del Rcep avviene sullo sfondo di una crescita tutta sbilanciata a favore dell’Asia-Pacifico e del Sud-est asiatico.

A fine anno secondo le stime del Fondo monetario internazionale la Cina dovrebbe chiudere col +2% di Pil, seguita dal Vietnam con +1,6%. Taiwan dovrebbe riuscire a chiudere l’anno in pareggio, compensando la recessione del primo semestre. Nessun paese occidentale si avvicinerà a quei risultati.