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(ansa)

Outlook | Cina e Repubblicani: la doppia sfida di Biden

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Questo è il numero di mercoledì 24 febbraio 2021 della newsletter Outlook, firmata da Federico Rampini. L'iscrizione è inclusa nell'abbonamento: scopri tutte le newsletter su newsletter.repubblica.it
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Un braccio di ferro virtuale si svolge tra il mercato dei bond da una parte, il governo Biden e la Federal Reserve dall'altra. Il mercato dei titoli a reddito fisso, ricordiamolo, ha una dimensione molto superiore alle Borse per azioni: vale 70.000 miliardi di dollari. Dall'inizio dell'anno ha subito una perdita di valore di quasi l'1,9% per la risalita dei tassi. Il mercato dei bond segnala così che sta prendendo sul serio il rischio di una rinascita dell'inflazione, provocata secondo alcuni da un eccesso di manovre di spesa pubblica. Il mercato dei bond in questo senso è in sintonia con l'allarme dell'economista Larry Summers di cui ho già parlato in questa newsletter. Summers, ex consigliere di Bill Clinton e Barack Obama, ha criticato la manovra da 1.900 miliardi proposta da Biden perché la considera eccessiva.

Senza contare quelle varate nella primavera-estate da Trump, se si sommano solo la manovra natalizia da 900 miliard…
Un braccio di ferro virtuale si svolge tra il mercato dei bond da una parte, il governo Biden e la Federal Reserve dall'altra. Il mercato dei titoli a reddito fisso, ricordiamolo, ha una dimensione molto superiore alle Borse per azioni: vale 70.000 miliardi di dollari. Dall'inizio dell'anno ha subito una perdita di valore di quasi l'1,9% per la risalita dei tassi. Il mercato dei bond segnala così che sta prendendo sul serio il rischio di una rinascita dell'inflazione, provocata secondo alcuni da un eccesso di manovre di spesa pubblica. Il mercato dei bond in questo senso è in sintonia con l'allarme dell'economista Larry Summers di cui ho già parlato in questa newsletter. Summers, ex consigliere di Bill Clinton e Barack Obama, ha criticato la manovra da 1.900 miliardi proposta da Biden perché la considera eccessiva.

Senza contare quelle varate nella primavera-estate da Trump, se si sommano solo la manovra natalizia da 900 miliardi (ancora trumpiana), e quella da 1.900 miliardi in corso di discussione al Congresso, l'effetto di sostegno della domanda vale il 13% del Pil cioè molto più del "buco" di domanda creato dalla pandemia e dai lockdown. L'inflazione sarebbe dietro l'angolo, per l'effetto combinato di questi maxi-deficit correnti sul debito pubblico (quello federale è passato in due decenni da un terzo del Pil al 100%), a cui si aggiunge la politica monetaria iper-espansiva della Fed.

La banca centrale oltre ad avere ridotto a zero i suoi tassi direttivi sta continuando a iniettare liquidità con acquisti di 80 miliardi di bond ogni mese. Contro il partito che teme l'inflazione sono scesi in campo i due big della politica economica. Il presidente della Fed, Jerome Powell, ha rassicurato i mercati sul fatto che non ci sono rialzi dei tassi in vista; per lui l'allarme-inflazione è del tutto prematuro, la banca centrale non vede all'orizzonte tensioni sui prezzi, quindi bisogna continuare con la politica attuale per molto tempo. Dello stesso parere la segretaria al Tesoro, Janet Yellen. Lei concentra la sua attenzione sulla disoccupazione: oltre a quasi 10 milioni di americani tuttora senza lavoro, la Yellen stima che 4 milioni sono usciti dalla forza lavoro perché scoraggiati da questa crisi, hanno rinunciato a cercare un posto, e altri 2 milioni hanno dovuto accettare di ridurre l'orario e il salario.

La disputa fra il partito che teme l'inflazione ha un risvolto positivo: il pronunciamento del mercato dei bond vale come un voto di fiducia sulla ripresa americana, considerata molto vigorosa, più veloce del previsto. Ha però un effetto collaterale sul dibattito politico, perché aumenta le resistenze dei repubblicani al Congresso contro la nuova manovra da 1.900 miliardi. Anche quei repubblicani moderati, che sono disposti a intese con Biden, su quella cifra stanno dicendo di no. Vedi l'editoriale di oggi di Mitt Romney sul Wall Street Journal. Romney è uno dei più disponibili al dialogo con i democratici eppure definisce la manovra "un rottame, pieno di sprechi, che non servirà né a riaprire le scuole né a creare lavoro". Il dibattito sull'inflazione è l'altra faccia di uno scontro sulla politica di bilancio, che riecheggia perfino nell'Eurozona malgrado una ripresa molto più debole. I democratici possono tentare di forzare la mano approvando la manovra di spesa senza un solo voto repubblicano, ma la loro risicatissima maggioranza (un solo voto al Senato) li espone ad agguati e incidenti di percorso.

Intanto a fornire nuovo carburante alla ripresa americana arrivano tutte le notizie dal fronte dei vaccini, dove l'America ha una marcia in più (su tutti salvo Israele e Regno Unito). E' di oggi la decisione dell'authority dei farmaci Food and Drugs Administration (Fda) di autorizzare anche quello della Johnson&Johnson. Siamo così al terzo vaccino made in Usa. J&J prevede di distribuirne 20 milioni entro fine marzo e 100 milioni entro fine giugno. Intanto la Pfizer ha già raddoppiato la produzione dei suoi stabilimenti americani, e vuole arrivare a un ritmo di 13 milioni di dosi a settimana entro un mese (dagli attuali 4-5 milioni a settimana). Moderna è in grado di rispettare l'impegno a fornire 100 milioni di dosi entro fine marzo, e continuare a un ritmo di 40 milioni al mese. Novavax ha il prossimo vaccino in attesa di un'autorizzazione, probabilmente imminente, e sarebbe uno dei più promettenti per l'elevata efficacia contro le varianti del covid. L'accelerazione sui vaccini sta spostando il dibattito americano. 500.000 morti sono un bilancio terribile, anche se in proporzione alla popolazione sono meno dei decessi avvenuti in Italia e in altri paesi europei. Ora si cominciano a sentire le voci del realismo che dicono: non si può puntare all'obiettivo di una mortalità zero. Dovremo convivere con un covid capace di fare qualche decina di migliaia di morti ogni anno, come le influenze stagionali. Il tema era tabù negli ultimi mesi, ma sta diventando attuale anche tra i democratici e i media progressisti, per accelerare le riaperture e il ritorno alla normalità.      

L'offensiva di Biden contro la Cina parte oggi su un terreno strategico: la catena di forniture di componenti essenziali per molte industrie, dai semiconduttori elettronici ai minerali rari, ai prodotti farmaceutici. Un ordine esecutivo (decreto presidenziale) avvia un riesame di tutte le dipendenze dall'estero, per affrancare l'America da legami pericolosi con la Cina, che quest'ultima può usare per intimidire o ricattare. Nell'immediato uno dei settori industriali più a rischio è quello automobilistico, perché già la penuria di microchip o semiconduttori elettronici (usati nel motore, nei freni, nel servosterzo) ha costretto alcune case a tagliare la produzione di vetture. La Ford ha annunciato riduzioni nella produzione di uno dei suoi modelli di maggior successo, il furgone pick-up F-150. La General Motors ha prolungato le chiusure di alcuni stabilimenti nordamericani fino a marzo. La penuria di microchip è legata a molti fattori, dalla guerra tecnologica fra Stati Uniti e Cina fino al boom di consumi di prodotti elettronici durante i lockdown. L'Amministrazione Biden vive oggi in questo settore un'emergenza analoga a quella che all'inizio del 2020 colpì il settore sanitario, quando si scoprì che l'America dipendeva da Cina India e altri fornitori esteri per mascherine, tute protettive, apparecchi respiratori, principi attivi per la produzione di farmaci e perfino medicinali salva-vita. Il tema al centro dell'ordine esecutivo di oggi è quello della "resilienza delle catene produttive".

Entro 100 giorni la Casa Bianca vuole avere un quadro preciso delle fragilità del sistema produttivo, a cominciare da quattro settori: i semiconduttori usati a valle da vari altri settori (auto computer e telefonini), le batterie per auto elettriche, i farmaci, infine le terre rare o minerali strategici, usati dall'industria tecnologica e da quella militare. Quest'ultimo è un mercato dominato proprio dalla Cina, e questo può pregiudicare il futuro dell'auto elettrica made in Usa qualora Pechino dovesse decidere restrizioni all'export. Non è uno scenario inedito, già nel 2010 il governo cinese decise di far valere il suo predominio e sottopose diverse nazioni straniere ad un semi-embargo sulle vendite di terre rare. Il pretesto cinese può essere come nel 2010 di tipo ambientalista (l'estrazione di quei minerali ha effetti collaterali molto dannosi) ma la ragione vera può essere quella di azzoppare la concorrenza in settori strategici o di infliggere rappresaglie contro l'Occidente per reagire a misure sgradite. Biden aggiunge alla lista altri settori sui quali vuole un esame completo delle fragilità entro un anno: vi rientra anche la produzione alimentare.

L'obiettivo dell'Amministrazione è di mettere a punto una serie di misure che rafforzino l'autonomia, l'autosufficienza, o l'autarchia, usando prestiti agevolati, formazione professionale, clausole preferenziali nelle commesse pubbliche. Insomma quella che un tempo si chiamava politica industriale. Un'attenzione sarà data anche al ruolo degli alleati, per rafforzare legami industriali con paesi europei, Giappone, Corea del Sud, sempre al fine di ridurre la dipendenza dalla Cina. L'impronta principale rimane però centrata sugli Stati Uniti, l'obiettivo è evitare di scoprire troppo tardi la propria dipendenza da forniture straniere che possono venire meno all'improvviso. Oltre all'eventualità di un embargo deliberato da Pechino per motivi strategici, la pandemia ha dimostrato che possono scoppiare crisi impreviste che interrompono la logistica e sospendono gli approvvigionamenti dall'estero.

New York, 24 febbraio 2021.