Outlook I Perché l'America ha una marcia in più?
di Federico Rampini , di Federico RampiniQuesto è il numero di giovedì 11 marzo 2021 della newsletter Outlook, firmata da Federico Rampini. L'iscrizione è inclusa nell'abbonamento: scopri tutte le newsletter su newsletter.repubblica.it
Joe Biden celebra i suoi primi 50 giorni di governo con una nazione in piena rinascita sui due fronti che contano di più e che lui stesso indicò come priorità il 20 gennaio nel discorso dell’Inauguration day: economia e pandemia.
Perché l'America ha una marcia in più? La prima manovra di spesa pubblica dell’era Biden da sola vale quasi quanto il Pil annuo dell'Italia, in base ai dati della Banca Mondiale. Mentre Biden sta firmando questa legge di bilancio e nell’attesa che la presenti agli americani nel suo discorso di stasera, una serie di raffronti internazionali spiegano perché la manovra da 1.900 miliardi è gigantesca a tutti gli effetti, è un sostegno alla ripresa molto superiore ad ogni raffronto, con la possibile eccezione del Giappone. Ed è più del doppio di quanto l’Amministrazione Obama-Biden spese nella prima manovra anti-crisi del 2009 (benché la recessione di 12 an…
Perché l'America ha una marcia in più? La prima manovra di spesa pubblica dell’era Biden da sola vale quasi quanto il Pil annuo dell'Italia, in base ai dati della Banca Mondiale. Mentre Biden sta firmando questa legge di bilancio e nell’attesa che la presenti agli americani nel suo discorso di stasera, una serie di raffronti internazionali spiegano perché la manovra da 1.900 miliardi è gigantesca a tutti gli effetti, è un sostegno alla ripresa molto superiore ad ogni raffronto, con la possibile eccezione del Giappone. Ed è più del doppio di quanto l’Amministrazione Obama-Biden spese nella prima manovra anti-crisi del 2009 (benché la recessione di 12 an…
Joe Biden celebra i suoi primi 50 giorni di governo con una nazione in piena rinascita sui due fronti che contano di più e che lui stesso indicò come priorità il 20 gennaio nel discorso dell’Inauguration day: economia e pandemia.
Perché l'America ha una marcia in più? La prima manovra di spesa pubblica dell’era Biden da sola vale quasi quanto il Pil annuo dell'Italia, in base ai dati della Banca Mondiale. Mentre Biden sta firmando questa legge di bilancio e nell’attesa che la presenti agli americani nel suo discorso di stasera, una serie di raffronti internazionali spiegano perché la manovra da 1.900 miliardi è gigantesca a tutti gli effetti, è un sostegno alla ripresa molto superiore ad ogni raffronto, con la possibile eccezione del Giappone. Ed è più del doppio di quanto l’Amministrazione Obama-Biden spese nella prima manovra anti-crisi del 2009 (benché la recessione di 12 anni fa fosse più grave).
Il mondo intero sta prendendo le misure di una ripartenza americana più rapida e più vigorosa del previsto: le conseguenze sono globali. Per la maggior parte sono positive, ma non manca qualche rischio.
Una spesa pubblica aggiuntiva pari all’8,5% del Pil nella più ricca economia mondiale non passa inosservata: ha un effetto “spillover”, cioè una parte della domanda aggiuntiva che genera “fuoriesce” letteralmente, si trasforma in importazioni e quindi fa bene al resto del mondo. Si stima che la manovra Biden, insieme con l’effetto di una campagna vaccinazioni sempre più rapida (ormai 3 milioni al giorno) aggiungerà un punto percentuale al Pil dell’intero pianeta nel 2021.
Uno degli elementi sorprendenti di questa manovra è che aggiunge reddito alle famiglie, in una fase in cui erano molto meno impoverite di quanto si temesse. Grazie alle manovre di spesa precedenti, quelle varate nel 2020 sotto l’Amministrazione Trump, a fronte di una perdita di redditi pari a 490 miliardi di dollari le famiglie americane avevano ricevuto trasferimenti pubblici per 1.300 miliardi. C’era stata quindi una sovra-compensazione del danno e paradossalmente molti americani si sono scoperti un po’ più ricchi per effetto della pandemia. A questo ora viene ad aggiungersi un pacchetto di aiuti da 1.900 miliardi che è prevalentemente indirizzato agli individui (una parte minore va agli enti locali, alla scuola e alla sanità), a differenza delle manovre Trump dove c’erano anche molti aiuti alle imprese. Si calcola che alla fine di marzo le famiglie americane avranno accumulato 2.100 miliardi di risparmi. Questa è la ragione per cui i repubblicani – ed anche qualche autorevole economista democratico – hanno considerato eccessiva il “deficit spending” di Biden. La critica è fondata se si continua a considerarla una spesa pubblica in funzione anti-crisi, il classico intervento keynesiano anti-ciclico: la recessione è finita e l’economia si stava già riprendendo senza bisogno di quest’altra massiccia dose di aiuti. Però il presidente e la sua squadra hanno cambiato obiettivo, strada facendo. Hanno deciso di usare questa opportunità per varare un vasto programma di interventi contro la povertà e di redistribuzione. Gli aiuti non vanno solo ai poveri, visto che raggiungono i tre quarti della popolazione americana. Vista la struttura progressiva del prelievo fiscale, questo significa che il famigerato “un per cento” dovrà trasferire una parte del proprio reddito alla maggioranza degli altri, dove oltre ai poveri c’è anche la middle class tra i beneficiari.
L’impatto redistributivo potrebbe risultare ulteriormente potenziato, se i democratici riusciranno ad aggiungere a questa legge di bilancio delle riforme successive come l’aumento del salario minimo legale e il rafforzamento dei diritti sindacali. Tutte cose che sono nei loro programmi, anche se le maggioranze risicate di cui godono alla Camera e al Senato rendono tutt’altro che scontata l’approvazione della totalità del pacchetto. L’altro pezzo forte dell’agenda di governo è il piano d’investimenti pubblici da 2.000 miliardi, tra grandi opere per ammodernare le infrastrutture, ed energie rinnovabili per la lotta alla crisi ambientale. E’ interessante notare che tutti questi piani, pur essendo sostenuti da tempo dall’ala sinistra del partito democratico, non dispiacciono all’establishment capitalistico che appoggia Biden. Vedi la campagna pubblicitaria di Amazon in favore del salario minimo a 15 dollari: mentre per le piccole imprese un raddoppio del costo del lavoro può essere un duro colpo, i colossi possono vederlo come un modo per accelerare lo sfoltimento della concorrenza. Anche ai tempi di Franklin Roosevelt si crearono delle intese fra grande industria, governo e sindacato, a scapito delle forme di capitalismo meno competitive e più arretrate, un blocco sociale che guidò l’economia americana fino ai tempi di Richard Nixon, passando per le presidenze democratiche di Kennedy e Johnson.
Tutto questo insieme di progetti dovrà fare i conti con un umore del Congresso in rapida evoluzione: più la ripresa economica accelera, più sentiremo le voci dei conservatori classici, spaventati dall’aumento del deficit e del debito pubblico. A queste voci si aggiunge quella – autorevole – del mercato dei bond. Gli investitori anticipano uno tsunami di nuovi titoli pubblici per finanziare l’assistenzialismo e la redistribuzione. I Treasurys (Buoni del Tesoro) con scadenza trentennale raggiungeranno 2.800 miliardi quest’anno, dal livello di 1.700 miliardi l’anno scorso e 990 miliardi nel 2019. Nel frattempo gli acquisti di Treasurys da parte della banca centrale invece dovrebbero diminuire, dai 2.000 miliardi dell’anno scorso a 960 miliardi quest’anno. Il Tesoro americano ha molto cash, e le vie della Federal Reserve per aiutarlo sono infinite. Finché dura il “privilegio imperiale” degli Stati Uniti, unica nazione al mondo a potersi indebitare stampando la propria moneta, la ripresa economica Usa non dovrà fare i conti con gli stessi vincoli di bilancio di altri paesi. Ma la risalita dei rendimenti è l’equivalente di mercato del vento contrario che soffierà al Congresso per ostacolare i prossimi piani di spesa.
A sorpresa, la seconda manovra Biden potrebbe essere non essere il maxi-piano d’investimenti in infrastrutture ed energie rinnovabili, bensì un programma di politica industriale mirato contro la Cina (e quindi bipartisan). Un secondo disegno di legge da sottoporre al Congresso: sarebbe un vasto arsenale di misure tese a contenere l'espansione globale della Cina, sui tanti fronti industriali e tecnologici già aperti (incluso il 5G). Ci sta lavorando il capo della maggioranza democratica al Senato, Chuck Schumer. Sarebbe anche un modo per ripartire alla ricerca di voti repubblicani, visto che la prima manovra da 1.900 miliardi non ha catturato neanche un voto dai ranghi dell'opposizione.
Non tutto va male tra Washington e Pechino. Sul fronte economico, la Cina torna ad essere il primo cliente estero dell’agricoltura americana. Il consuntivo del 2020 rivela che l’agricoltura americana ha esportato 55,5 milioni di tonnellate di prodotti verso la Cina, cioè un quarto di tutte le sue vendite all’estero. La domanda cinese è il motore principale che sta trainando la ripresa dell’agricoltura americana.
E abbiamo anche una data per il primo summit bilaterale tra le due superpotenze: si svolgerà ad Anchorage in Alaska il 18 marzo. Non ci saranno i due presidenti bensì le loro squadre di politica estera: per gli Stati Uniti il segretario di Stato Antony Blinken e il National Security Adviser Jake Sullivan, con le controparti cinesi Yang Jiechi e Wang Yi. A sottolineare il rispetto di Biden per le alleanze, però, il summit di Anchorage avverrà nel volo di rientro di Blinken e Sullivan dal loro primo viaggio in Giappone e Corea del Sud.
New York, 11 marzo 2021
Perché l'America ha una marcia in più? La prima manovra di spesa pubblica dell’era Biden da sola vale quasi quanto il Pil annuo dell'Italia, in base ai dati della Banca Mondiale. Mentre Biden sta firmando questa legge di bilancio e nell’attesa che la presenti agli americani nel suo discorso di stasera, una serie di raffronti internazionali spiegano perché la manovra da 1.900 miliardi è gigantesca a tutti gli effetti, è un sostegno alla ripresa molto superiore ad ogni raffronto, con la possibile eccezione del Giappone. Ed è più del doppio di quanto l’Amministrazione Obama-Biden spese nella prima manovra anti-crisi del 2009 (benché la recessione di 12 anni fa fosse più grave).
Il mondo intero sta prendendo le misure di una ripartenza americana più rapida e più vigorosa del previsto: le conseguenze sono globali. Per la maggior parte sono positive, ma non manca qualche rischio.
Una spesa pubblica aggiuntiva pari all’8,5% del Pil nella più ricca economia mondiale non passa inosservata: ha un effetto “spillover”, cioè una parte della domanda aggiuntiva che genera “fuoriesce” letteralmente, si trasforma in importazioni e quindi fa bene al resto del mondo. Si stima che la manovra Biden, insieme con l’effetto di una campagna vaccinazioni sempre più rapida (ormai 3 milioni al giorno) aggiungerà un punto percentuale al Pil dell’intero pianeta nel 2021.
Uno degli elementi sorprendenti di questa manovra è che aggiunge reddito alle famiglie, in una fase in cui erano molto meno impoverite di quanto si temesse. Grazie alle manovre di spesa precedenti, quelle varate nel 2020 sotto l’Amministrazione Trump, a fronte di una perdita di redditi pari a 490 miliardi di dollari le famiglie americane avevano ricevuto trasferimenti pubblici per 1.300 miliardi. C’era stata quindi una sovra-compensazione del danno e paradossalmente molti americani si sono scoperti un po’ più ricchi per effetto della pandemia. A questo ora viene ad aggiungersi un pacchetto di aiuti da 1.900 miliardi che è prevalentemente indirizzato agli individui (una parte minore va agli enti locali, alla scuola e alla sanità), a differenza delle manovre Trump dove c’erano anche molti aiuti alle imprese. Si calcola che alla fine di marzo le famiglie americane avranno accumulato 2.100 miliardi di risparmi. Questa è la ragione per cui i repubblicani – ed anche qualche autorevole economista democratico – hanno considerato eccessiva il “deficit spending” di Biden. La critica è fondata se si continua a considerarla una spesa pubblica in funzione anti-crisi, il classico intervento keynesiano anti-ciclico: la recessione è finita e l’economia si stava già riprendendo senza bisogno di quest’altra massiccia dose di aiuti. Però il presidente e la sua squadra hanno cambiato obiettivo, strada facendo. Hanno deciso di usare questa opportunità per varare un vasto programma di interventi contro la povertà e di redistribuzione. Gli aiuti non vanno solo ai poveri, visto che raggiungono i tre quarti della popolazione americana. Vista la struttura progressiva del prelievo fiscale, questo significa che il famigerato “un per cento” dovrà trasferire una parte del proprio reddito alla maggioranza degli altri, dove oltre ai poveri c’è anche la middle class tra i beneficiari.
L’impatto redistributivo potrebbe risultare ulteriormente potenziato, se i democratici riusciranno ad aggiungere a questa legge di bilancio delle riforme successive come l’aumento del salario minimo legale e il rafforzamento dei diritti sindacali. Tutte cose che sono nei loro programmi, anche se le maggioranze risicate di cui godono alla Camera e al Senato rendono tutt’altro che scontata l’approvazione della totalità del pacchetto. L’altro pezzo forte dell’agenda di governo è il piano d’investimenti pubblici da 2.000 miliardi, tra grandi opere per ammodernare le infrastrutture, ed energie rinnovabili per la lotta alla crisi ambientale. E’ interessante notare che tutti questi piani, pur essendo sostenuti da tempo dall’ala sinistra del partito democratico, non dispiacciono all’establishment capitalistico che appoggia Biden. Vedi la campagna pubblicitaria di Amazon in favore del salario minimo a 15 dollari: mentre per le piccole imprese un raddoppio del costo del lavoro può essere un duro colpo, i colossi possono vederlo come un modo per accelerare lo sfoltimento della concorrenza. Anche ai tempi di Franklin Roosevelt si crearono delle intese fra grande industria, governo e sindacato, a scapito delle forme di capitalismo meno competitive e più arretrate, un blocco sociale che guidò l’economia americana fino ai tempi di Richard Nixon, passando per le presidenze democratiche di Kennedy e Johnson.
Tutto questo insieme di progetti dovrà fare i conti con un umore del Congresso in rapida evoluzione: più la ripresa economica accelera, più sentiremo le voci dei conservatori classici, spaventati dall’aumento del deficit e del debito pubblico. A queste voci si aggiunge quella – autorevole – del mercato dei bond. Gli investitori anticipano uno tsunami di nuovi titoli pubblici per finanziare l’assistenzialismo e la redistribuzione. I Treasurys (Buoni del Tesoro) con scadenza trentennale raggiungeranno 2.800 miliardi quest’anno, dal livello di 1.700 miliardi l’anno scorso e 990 miliardi nel 2019. Nel frattempo gli acquisti di Treasurys da parte della banca centrale invece dovrebbero diminuire, dai 2.000 miliardi dell’anno scorso a 960 miliardi quest’anno. Il Tesoro americano ha molto cash, e le vie della Federal Reserve per aiutarlo sono infinite. Finché dura il “privilegio imperiale” degli Stati Uniti, unica nazione al mondo a potersi indebitare stampando la propria moneta, la ripresa economica Usa non dovrà fare i conti con gli stessi vincoli di bilancio di altri paesi. Ma la risalita dei rendimenti è l’equivalente di mercato del vento contrario che soffierà al Congresso per ostacolare i prossimi piani di spesa.
A sorpresa, la seconda manovra Biden potrebbe essere non essere il maxi-piano d’investimenti in infrastrutture ed energie rinnovabili, bensì un programma di politica industriale mirato contro la Cina (e quindi bipartisan). Un secondo disegno di legge da sottoporre al Congresso: sarebbe un vasto arsenale di misure tese a contenere l'espansione globale della Cina, sui tanti fronti industriali e tecnologici già aperti (incluso il 5G). Ci sta lavorando il capo della maggioranza democratica al Senato, Chuck Schumer. Sarebbe anche un modo per ripartire alla ricerca di voti repubblicani, visto che la prima manovra da 1.900 miliardi non ha catturato neanche un voto dai ranghi dell'opposizione.
Non tutto va male tra Washington e Pechino. Sul fronte economico, la Cina torna ad essere il primo cliente estero dell’agricoltura americana. Il consuntivo del 2020 rivela che l’agricoltura americana ha esportato 55,5 milioni di tonnellate di prodotti verso la Cina, cioè un quarto di tutte le sue vendite all’estero. La domanda cinese è il motore principale che sta trainando la ripresa dell’agricoltura americana.
E abbiamo anche una data per il primo summit bilaterale tra le due superpotenze: si svolgerà ad Anchorage in Alaska il 18 marzo. Non ci saranno i due presidenti bensì le loro squadre di politica estera: per gli Stati Uniti il segretario di Stato Antony Blinken e il National Security Adviser Jake Sullivan, con le controparti cinesi Yang Jiechi e Wang Yi. A sottolineare il rispetto di Biden per le alleanze, però, il summit di Anchorage avverrà nel volo di rientro di Blinken e Sullivan dal loro primo viaggio in Giappone e Corea del Sud.
New York, 11 marzo 2021