In perfetta controtendenza con gli Stati Uniti, in Cina ha inizio l’austerity. È difficile trovare un altro periodo recente in cui le politiche economiche delle due superpotenze siano state così divergenti. Il governo di Pechino ha deciso che è il momento di ridurre il sostegno – già modesto – che la spesa pubblica fornì alla ripresa economica nel 2020. L’obiettivo ufficiale è tornato ad essere quello del risanamento del deficit pubblico, che il governo di Xi Jinping intende ridurre dal 3,6% del Pil (dato 2020) al 3,2% alla fine di quest’anno. Fra le preoccupazioni della squadra di governo guidata dal premier Li Keqiang c’è la bolla speculativa del mercato immobiliare, favorita dalle facilitazioni creditizie offerte nel 2020. Ma complessivamente le manovre di spesa pubblica decise l’anno scorso dalla Cina non arrivarono all’equivalente di mille miliardi di dollari, contro i 4.000 mili…
In perfetta controtendenza con gli Stati Uniti, in Cina ha inizio l’austerity. È difficile trovare un altro periodo recente in cui le politiche economiche delle due superpotenze siano state così divergenti. Il governo di Pechino ha deciso che è il momento di ridurre il sostegno – già modesto – che la spesa pubblica fornì alla ripresa economica nel 2020. L’obiettivo ufficiale è tornato ad essere quello del risanamento del deficit pubblico, che il governo di Xi Jinping intende ridurre dal 3,6% del Pil (dato 2020) al 3,2% alla fine di quest’anno. Fra le preoccupazioni della squadra di governo guidata dal premier Li Keqiang c’è la bolla speculativa del mercato immobiliare, favorita dalle facilitazioni creditizie offerte nel 2020. Ma complessivamente le manovre di spesa pubblica decise l’anno scorso dalla Cina non arrivarono all’equivalente di mille miliardi di dollari, contro i 4.000 miliardi degli Stati Uniti, i 2.200 del Giappone, i 1.500 della Germania (i dati omogenei sono del Fondo monetario internazionale). La divergenza con gli Stati Uniti diventa ancora più macroscopica dopo il varo della manovra Biden da 1.900 miliardi la scorsa settimana. Nel 2020 la Cina aveva stanziato solo il 6% del suo Pil per manovre di spesa a sostegno della ripresa, contro il 19% del Pil Usa della manovre varate da Donald Trump. Con la prima manovra dell’era Biden il sostegno alla crescita dal deficit spending americano raggiungerà almeno il 27% del Pil. La divergenza Usa-Cina può essere motivata solo in parte dalla sfasatura ciclica: è vero che la recessione cinese è durata pochissimo e la crescita è ripartita già nell’estate scorsa. Però anche la crescita americana era ripartita presto, nell’autunno, e ciò non ha impedito di prolungare politiche di bilancio molto espansive.
“Help Is Here”, l’aiuto è arrivato: Joe Biden lancia il nuovo slogan, il tema della sua prima tournée “in carne ed ossa” tra gli americani dopo la sua elezione. “Help Is Here”, letteralmente è vero: nel weekend molte famiglie hanno già ricevuto i primi versamenti da 1.400 dollari pro capite. Nel caso di una famiglia di quattro persone, con due figli minori a carico, il bonifico o l’assegno è quadruplicato e raggiunge 5.600 dollari. I versamenti raggiungono tutti coloro che hanno meno di 75.000 dollari di reddito annuo (il doppio per le coppie), decrescono fino a 80.000 e vengono a cessare sopra quella soglia di reddito. In più arriveranno i 300 dollari settimanali di aggiunta alle indennità di disoccupazione già fornite dai singoli Stati, e molti altri aiuti ad personam (crediti fiscali, assegni familiari, sgravi sui debiti studenteschi), senza contare i finanziamenti per sanità, scuola, enti locali. I versamenti già accreditati dal Tesoro sui conti bancari nel weekend sono quindi il primo assaggio della manovra di spesa pubblica da 1.900 miliardi approvata dal Congresso e firmata da Biden. Come il presidente spiegherà nei suoi incontri con i cittadini, questa pioggia di trasferimenti è molto più di un aiuto per superare i danni della pandemia. Biden è deciso a realizzare quel che lui e Obama non riuscirono a fare nel 2009: "usare" una crisi per risolvere problemi strutturali antecedenti. Quella attuale è una grande operazione redistributiva, per invertire decenni di peggioramento delle diseguaglianze. Non aiuta solo i poveri ma anche il ceto medio: la soglia di reddito per avere diritto ai versamenti è quasi il quadruplo della soglia di povertà, perciò ben tre quarti della popolazione riceveranno aiuti immediati. Da oggi lui e Kamala Harris faranno una tournée di Stati che furono tra quelli decisivi nell'elezione di novembre, Georgia Pennsylvania e Nevada, per "vendere" il grande piano. Che arriva in una fase in cui già l’economia americana era in forte crescita, anche grazie al sostegno della spesa pubblica nel 2020. Per effetto delle manovre di spesa precedenti, quelle varate nel 2020 sotto l’Amministrazione Trump, a fronte di una perdita di redditi pari a 490 miliardi di dollari le famiglie americane avevano ricevuto trasferimenti pubblici per 1.300 miliardi. C’era stata quindi una sovra-compensazione del danno e paradossalmente molti americani si sono scoperti un po’ più ricchi per effetto della pandemia. A questo ora viene ad aggiungersi il pacchetto di aiuti da 1.900 miliardi che è prevalentemente indirizzato agli individui, a differenza delle manovre Trump dove c’erano anche molti aiuti alle imprese. Si calcola che alla fine di marzo le famiglie americane avranno accumulato 2.100 miliardi di risparmi. Questa è la ragione per cui i repubblicani – più qualche autorevole economista democratico – hanno considerato eccessivo il “deficit spending” di Biden. La critica è fondata solo se si continua a considerarla una spesa pubblica in funzione anti-crisi, il classico intervento keynesiano anti-ciclico. Ma Biden non nasconde che il suo è un piano ben più ambizioso per cambiare la distribuzione dei redditi.
Il Wall Street parla di una “scommessa audace quanto quella di Ronald Reagan nel 1981”, ma di segno opposto. Reagan lanciò la sua rivoluzione neoliberista con una massiccia riduzione della pressione fiscale e un parallelo boom della spesa militare per il riarmo contro l’Unione sovietica. Biden vuole capovolgere il segno fiscale della rivoluzione reaganiana, che influenzò quasi tutti i presidenti successivi incluso il democratico Bill Clinton autore di tagli drastici al Welfare. Biden ha riflettuto a lungo sugli errori commessi da lui e Barack Obama nel 2009, quando furono troppo timidi sia nell’entità delle manovre anti-crisi proposte al Congresso, sia nel “venderle” all’opinione pubblica. Il presidente spera che questa elargizione di denaro pubblico a pioggia lo aiuterà anche a consolidare la fragile maggioranza democratica
al Congresso nelle elezioni legislative di mid-term che si tengono fra meno di 20 mesi. E vuole rispondere con i fatti alla sfida politica lanciata dalla Cina: dimostrare che la democrazia può essere più efficace di un sistema autoritario.
E la fase due? Biden non rinuncia al secondo piano di spesa: dopo l’assistenza, gli investimenti. E’ il progetto da duemila miliardi con cui intende ammodernare le infrastrutture, e conquistare una leadership nelle energie rinnovabili. Per questa seconda manovra, anziché fare deficit-spending i democratici stanno pensando a una copertura tramite nuove tasse redistributive. Due le idee più visibili in questo momento. Da una parte la segretaria al Tesoro Janet Yellen lancia la proposta di una “global minimum tax” per ridurre l’elusione fiscale delle multinazionali, recuperare gettito sul fronte delle imprese, e rovesciare la politica di Trump che abbassò il prelievo sugli utili societari dal 35% al 21%. D’altro lato tra i democratici al Congresso sono in discussione proposte di imposte patrimoniali sui ricchi, come quella della senatrice Elizabeth Warren che vorrebbe un prelievo del 2% sui patrimoni oltre i 50 milioni, più un’addizionale dell’1% sui patrimoni oltre il miliardo. Secondo alcune stime che circolano in campo democratico – forse un po’ ottimiste – questa patrimoniale da sola sarebbe più che sufficiente a finanziare il piano d’investimenti in infrastrutture ed energie rinnovabili, poiché potrebbe fruttare un gettito di 3.000 miliardi di dollari.
New York, 15 marzo 2021
“Help Is Here”, l’aiuto è arrivato: Joe Biden lancia il nuovo slogan, il tema della sua prima tournée “in carne ed ossa” tra gli americani dopo la sua elezione. “Help Is Here”, letteralmente è vero: nel weekend molte famiglie hanno già ricevuto i primi versamenti da 1.400 dollari pro capite. Nel caso di una famiglia di quattro persone, con due figli minori a carico, il bonifico o l’assegno è quadruplicato e raggiunge 5.600 dollari. I versamenti raggiungono tutti coloro che hanno meno di 75.000 dollari di reddito annuo (il doppio per le coppie), decrescono fino a 80.000 e vengono a cessare sopra quella soglia di reddito. In più arriveranno i 300 dollari settimanali di aggiunta alle indennità di disoccupazione già fornite dai singoli Stati, e molti altri aiuti ad personam (crediti fiscali, assegni familiari, sgravi sui debiti studenteschi), senza contare i finanziamenti per sanità, scuola, enti locali. I versamenti già accreditati dal Tesoro sui conti bancari nel weekend sono quindi il primo assaggio della manovra di spesa pubblica da 1.900 miliardi approvata dal Congresso e firmata da Biden. Come il presidente spiegherà nei suoi incontri con i cittadini, questa pioggia di trasferimenti è molto più di un aiuto per superare i danni della pandemia. Biden è deciso a realizzare quel che lui e Obama non riuscirono a fare nel 2009: "usare" una crisi per risolvere problemi strutturali antecedenti. Quella attuale è una grande operazione redistributiva, per invertire decenni di peggioramento delle diseguaglianze. Non aiuta solo i poveri ma anche il ceto medio: la soglia di reddito per avere diritto ai versamenti è quasi il quadruplo della soglia di povertà, perciò ben tre quarti della popolazione riceveranno aiuti immediati. Da oggi lui e Kamala Harris faranno una tournée di Stati che furono tra quelli decisivi nell'elezione di novembre, Georgia Pennsylvania e Nevada, per "vendere" il grande piano. Che arriva in una fase in cui già l’economia americana era in forte crescita, anche grazie al sostegno della spesa pubblica nel 2020. Per effetto delle manovre di spesa precedenti, quelle varate nel 2020 sotto l’Amministrazione Trump, a fronte di una perdita di redditi pari a 490 miliardi di dollari le famiglie americane avevano ricevuto trasferimenti pubblici per 1.300 miliardi. C’era stata quindi una sovra-compensazione del danno e paradossalmente molti americani si sono scoperti un po’ più ricchi per effetto della pandemia. A questo ora viene ad aggiungersi il pacchetto di aiuti da 1.900 miliardi che è prevalentemente indirizzato agli individui, a differenza delle manovre Trump dove c’erano anche molti aiuti alle imprese. Si calcola che alla fine di marzo le famiglie americane avranno accumulato 2.100 miliardi di risparmi. Questa è la ragione per cui i repubblicani – più qualche autorevole economista democratico – hanno considerato eccessivo il “deficit spending” di Biden. La critica è fondata solo se si continua a considerarla una spesa pubblica in funzione anti-crisi, il classico intervento keynesiano anti-ciclico. Ma Biden non nasconde che il suo è un piano ben più ambizioso per cambiare la distribuzione dei redditi.
Il Wall Street parla di una “scommessa audace quanto quella di Ronald Reagan nel 1981”, ma di segno opposto. Reagan lanciò la sua rivoluzione neoliberista con una massiccia riduzione della pressione fiscale e un parallelo boom della spesa militare per il riarmo contro l’Unione sovietica. Biden vuole capovolgere il segno fiscale della rivoluzione reaganiana, che influenzò quasi tutti i presidenti successivi incluso il democratico Bill Clinton autore di tagli drastici al Welfare. Biden ha riflettuto a lungo sugli errori commessi da lui e Barack Obama nel 2009, quando furono troppo timidi sia nell’entità delle manovre anti-crisi proposte al Congresso, sia nel “venderle” all’opinione pubblica. Il presidente spera che questa elargizione di denaro pubblico a pioggia lo aiuterà anche a consolidare la fragile maggioranza democratica
al Congresso nelle elezioni legislative di mid-term che si tengono fra meno di 20 mesi. E vuole rispondere con i fatti alla sfida politica lanciata dalla Cina: dimostrare che la democrazia può essere più efficace di un sistema autoritario.
E la fase due? Biden non rinuncia al secondo piano di spesa: dopo l’assistenza, gli investimenti. E’ il progetto da duemila miliardi con cui intende ammodernare le infrastrutture, e conquistare una leadership nelle energie rinnovabili. Per questa seconda manovra, anziché fare deficit-spending i democratici stanno pensando a una copertura tramite nuove tasse redistributive. Due le idee più visibili in questo momento. Da una parte la segretaria al Tesoro Janet Yellen lancia la proposta di una “global minimum tax” per ridurre l’elusione fiscale delle multinazionali, recuperare gettito sul fronte delle imprese, e rovesciare la politica di Trump che abbassò il prelievo sugli utili societari dal 35% al 21%. D’altro lato tra i democratici al Congresso sono in discussione proposte di imposte patrimoniali sui ricchi, come quella della senatrice Elizabeth Warren che vorrebbe un prelievo del 2% sui patrimoni oltre i 50 milioni, più un’addizionale dell’1% sui patrimoni oltre il miliardo. Secondo alcune stime che circolano in campo democratico – forse un po’ ottimiste – questa patrimoniale da sola sarebbe più che sufficiente a finanziare il piano d’investimenti in infrastrutture ed energie rinnovabili, poiché potrebbe fruttare un gettito di 3.000 miliardi di dollari.
New York, 15 marzo 2021