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Biden incontrerà Putin il 16 giugno a Ginevra (afp)

Outlook | Il primo viaggio all'estero del presidente Biden

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 Questo è il numero di venerdì 4 giugno 2021 della newsletter Outlook, firmata da Federico Rampini. L'iscrizione è inclusa nell'abbonamento: scopri tutte le newsletter su newsletter.repubblica.it
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Per la prima volta da quando è presidente, Joe Biden fa un vero viaggio all'estero, formato pre-Covid, cioè in carne ed ossa. È anzitutto un omaggio agli alleati europei, visto che tocca al Vecchio continente l'onore di ospitare questa prima trasferta dal vivo. Si comincia dall'11 al 13 giugno con il G7 sotto la presidenza britannica in Cornovaglia. Seconda tappa Bruxelles per il vertice della Nato il 14 giugno, seguito il 15 dal summit Usa-Unione europea. Infine il 16 vola a Ginevra per incontrare Vladimir Putin. È un test importante per la politica estera della nuova Amministrazione a meno di cinque mesi dal suo insediamento. I temi sono il rilancio del multilateralismo, il rafforzamento delle alleanze anche per contenere le sfide di Cina e Russia, l'ambiente e la lotta all'emergenza climatica, la ripresa economica, il tutto sotto il tema unificante che è la rinascita delle democrazie in un mondo pieno di involuzioni autori…

Per la prima volta da quando è presidente, Joe Biden fa un vero viaggio all'estero, formato pre-Covid, cioè in carne ed ossa. È anzitutto un omaggio agli alleati europei, visto che tocca al Vecchio continente l'onore di ospitare questa prima trasferta dal vivo. Si comincia dall'11 al 13 giugno con il G7 sotto la presidenza britannica in Cornovaglia. Seconda tappa Bruxelles per il vertice della Nato il 14 giugno, seguito il 15 dal summit Usa-Unione europea. Infine il 16 vola a Ginevra per incontrare Vladimir Putin. È un test importante per la politica estera della nuova Amministrazione a meno di cinque mesi dal suo insediamento. I temi sono il rilancio del multilateralismo, il rafforzamento delle alleanze anche per contenere le sfide di Cina e Russia, l'ambiente e la lotta all'emergenza climatica, la ripresa economica, il tutto sotto il tema unificante che è la rinascita delle democrazie in un mondo pieno di involuzioni autoritarie.

A una settimana dal viaggio presidenziale in Europa, il dossier Cina torna in primo piano. Biden ha firmato un ordine esecutivo che allunga la lista nera di aziende cinesi legate all'apparato militare di Pechino, nelle quali è vietato investire. Il divieto si applica a qualsiasi soggetto americano o avente sede negli Stati Uniti. Ma un embargo di questo genere è veramente efficace solo se viene adottato anche da altri paesi, a cominciare dagli europei. Perciò il tema figurerà senz'altro nelle discussioni tra alleati al G7, al vertice Nato, infine al summit bilaterale Usa-UE. L'ordine esecutivo di Biden rafforza e allarga una misura che era stata presa da Donald Trump, a conferma della forte continuità tra le due Amministrazioni quando si tratta della Cina. Salgono a 59 le aziende cinesi colpite da questa sanzione per i loro rapporti con le forze armate. In particolare si tratta di aziende che producono ed esportano tecnologie di sorveglianza, spionaggio, biometria e riconoscimento facciale. In testa spicca un nome arcinoto, Huawei, il colosso delle infrastrutture telecom già osteggiato da Washington sul dossier 5G. Ci sono anche i tre maggiori operatori telefonici: China Unicom, China Telecom, China Mobile. L'embargo proibisce sia di investire direttamente in queste società, o di prestare loro fondi, sia di investire in fondi che a loro volta partecipano in qualcuna di queste 59 società. Una vittima collaterale di questo nuovo irrigidimento rischia di essere Apple, che ha un rapporto stretto di collaborazione con China Mobile: questo operatore telecom è uno dei canali di vendita degli iPhone agli utenti cinesi. Nella lista nera dei 59 nomi c'è anche il più grande fabbricante cinese di microchip, la Semiconductor Manufacturing International Corporation. Tra le motivazioni dell'ordine esecutivo figurano le violazioni dei diritti umani di cui la Cina si sarebbe macchiata ai danni di Hong Kong e di varie minoranze etniche.

Come non bastasse questo gesto, l'Amministrazione Biden per adesso non dà alcun cenno di voler abolire o sospendere o ridurre i dazi doganali che vennero imposti da Trump su molte importazioni dalla Cina. Dopo cinque mesi di governo, cresce il coro delle aziende americane che chiedono a Biden di riesaminare quei dazi perché si reputano danneggiate. Più di 3.500 aziende statunitensi, inclusi giganti come Coca-Cola Disney e Ford, hanno presentato ricorsi giudiziari contro i dazi dell'era Trump. Ma la responsabile di Biden per il commercio estero, Katerine Tai, ha indicato con chiarezza la ragione per cui i dazi non sono ancora stati ritoccati o attenuati: "Applicheremo una politica commerciale basata sugli interessi dei lavoratori". Si conferma così la sterzata ideologica del partito democratico, che per decenni aveva ascoltato la voce degli industriali anziché quella degli operai nel firmare accordi di libero scambio. Biden non ha neppure rinnovato un meccanismo che sotto l'Amministrazione Trump consentiva alle aziende Usa di chiedere speciali esenzioni dai dazi, e che era stato usato in modo ampio. Il protezionismo di Biden sotto questo profilo è perfino più drastico di quello del predecessore.

Martedì prossimo viene votato al Senato di Washington un mega-disegno di legge che mira proprio a potenziare l'arsenale di strumenti normativi contro la Cina. Dentro c'è un po' di tutto: da 244 miliardi di sussidi per l'innovazione e la ricerca nei settori strategici, alle restrizioni sui finanziamenti stranieri alle università (un canale dell'influenza cinese verso alcuni atenei americani). Vi appariranno anche delle misure sul fronte commerciale. Ma si prevede un iter lungo. Dopo il Senato tocca alla Camera. Usciranno allo scoperto le tante lobby filo-cinesi, sul fronte dell'industria e della finanza, che ancora sperano di poter rovesciare gli orientamenti di Biden. E' la democrazia, bellezza.

Sullo yuan o renminbi può aprirsi un prossimo fronte di tensione. La moneta cinese continua a rivalutarsi sul dollaro, è ai massimi dal 2018 dopo un apprezzamento del 12% dall'inizio di quest'anno. Ottima cosa per gli americani visto che così si riduce un po' la competitività delle esportazioni cinesi (anche se si importa inflazione). Però Washington tiene gli occhi puntati su quel che farà la banca centrale di Pechino. Se l'autorità monetaria cinese dovesse intervenire per bloccare la rivalutazione del renminbi, il Tesoro Usa può accusarla di manipolare la valuta e di interferire con le forze di mercato a fini di concorrenza sleale. E' molto probabile che la Cina lo stia già facendo ma nel modo più discreto: affidando il compito alle grandi banche commerciali anziché alla banca centrale.

New York, 4 giugno 2021