Outlook | Il Rinascimento americano

Outlook | Il Rinascimento americano
(reuters)
Questo è il numero di venerdì 18 giugno 2021 della newsletter Outlook, firmata da Federico Rampini. L'iscrizione è inclusa nell'abbonamento: scopri tutte le newsletter su newsletter.repubblica.it
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Rinascimento americano lo chiama David Brooks sul New York Times. In effetti la parola boom appare un understatement per descrivere quel che accade nell'economia degli Stati Uniti. 4,4 milioni di nuove imprese create nel 2020, un record dei tempi moderni, che inverte la tendenza dopo decenni in cui il dinamismo imprenditoriale stava calando. I fondi raccolti dalle start-up per finanziarsi hanno raggiunto i 69 miliardi di dollari nel primo trimestre di quest'anno, superando del 41% il record precedente che era del 2018. Il 38% dei lavoratori americani hanno usato i lockdown per investire su se stessi, seguendo corsi di formazione e aggiornamento. E la ripresa delle assunzioni non sembra solo un rimbalzo rispetto alla pandemia, perché i posti vacanti sono molto superiori alla situazione Pre-covid.

Sale l'inflazione, scende l'oro? Ma il metallo giallo non era il bene-rifugio per eccellenza per difendersi contro il rincaro dei prezzi? Il calo dell'oro si spiega con l'emergere di un altro bene-rifugio: il dollaro. Gli investitori stanno rivedendo i loro scenari alla luce dell'ultimo annuncio della Federal Reserve. Anche la banca centrale si sta convincendo che è in atto un Rinascimento americano, una ripresa ben più solida del previsto. Vede un Pil Usa in aumento del 7% a fine anno, una disoccupazione in calo al 3,8% a fine 2022, un'inflazione al 3% quest'anno ma al 2,1% l'anno prossimo. Sia che l'inflazione sia una minaccia durevole o che sia una fiammata destinata a spegnersi (la seconda ipotesi resta la preferita), la Fed comunque comincia a ragionare sul fatto che questa ripresa non avrà più bisogno del sostegno di una politica monetaria iper espansiva, con tassi zero e acquisti di bond per 120 miliardi di dollari mensili.

Per la prima volta un rialzo dei tassi viene preso in considerazione, anche se la probabilità che questo avvenga (un paio di ritocchi al rialzo) è collocata in un futuro ancora distante, alla fine del 2023. Tanto basta, però, perché una prospettiva di rendimenti in rialzo sul dollaro, per quanto distante, faccia cambiare preferenze a molti investitori: di qui le vendite dei bond attuali il cui valore in conto capitale si svaluterà col rialzo dei tassi. Il dollaro si rafforza sempre per questa prospettiva di medio termine di rendimenti in aumento, calano l'euro, tutte le altre valute e perfino l'oro per un meccanismo di contrappesi e di smobilizzo di investimenti che vengono dirottati sul dollaro. Perfino le materie prime hanno una battuta d'arresto.

Un altro dato che cambia con l'aggiustamento futuro della politica monetaria americana è il costo dei debiti per tutti i Paesi emergenti, quasi sempre indebitati in dollari. Tra questo appesantimento del servizio del debito, e la minaccia dell'inflazione, molte banche centrali sono costrette a correre ai ripari prima ancora che la Fed muova un dito mignolo. L'annuncio che la Fed comincerà a discutere una lieve correzione di rotta, da attuare non prima di due anni, basta a creare una corsa ai rialzi dei tassi nelle economie più fragili. Già l'inflazione ha costretto a una stretta sui tassi in Brasile, Russia e Turchia. Ma anche banche centrali di Paesi ben più stabili, dalla Corea del Sud alla Norvegia, dall'Ungheria alla Repubblica ceca, si stanno attrezzando per un rincaro del costo del denaro.

Quando le banche centrali alzano i tassi, spesso è il momento in cui scoppiano le bolle speculative. Ce n'è una che già si sta sgonfiando a Wall Street, con il calo di tutti i titoli "frizzanti" che avevano attratto gli investitori fino ad alcuni mesi fa. I settori che stanno perdendo quota pesantemente sono l'auto elettrica, le energie rinnovabili, le SPAC (gusci vuoti, società finanziarie che raccolgono fondi per lanciarsi in acquisizioni), e la cannabis. Titoli come la Tesla, caldissimi fino alla fine dell'anno scorso e all'inizio di questo, hanno già perso fra un quarto e un terzo del loro valore rispetto ai massimi.

Continuano i casi di miliardari cinesi che cadono in disgrazia, a conferma che il vento è cambiato a loro sfavore, e la "rinascita del maoismo" è una tendenza reale. Nel senso che Xi Jinping cavalca la sua versione del populismo, e sta ridimensionando l'influenza dei grandi imprenditori. Tra gli ultimi, una coppia celeberrima che anch'io conobbi e frequentai negli anni in cui abitavo a Pechino: Pan Shiyi e Zhang Xin, marito e moglie che hanno fondato e dirigono uno dei più grandi gruppi immobiliari, Soho China, costruttori di complessi di grattacieli ben riconoscibili nella capitale. I due hanno deciso di vendere il pacchetto azionario di controllo di Soho China al fondo Blackstone per 3 miliardi di dollari e di ritirarsi dall'attività imprenditoriale, in una fase in cui la visibilità è diventata pericolosa. Un destino molto peggiore colpisce Sun Dawu, uno dei più grandi imprenditori agricoli cinesi, a capo del Dawu Agricultural Group. Sun Dawu è celebre per la sua visione sociale avanzata, per aver costruito dal 1984, nella provincia dello Hubei, una città-modello con un Welfare generoso per i dipendenti e le loro famiglie. Lui è stato arrestato per essere entrato in conflitto con grandi aziende agricole di Stato. E' chiaro che Xi Jinping sta operando una stretta autoritaria anche ai danni degli imprenditori privati. Intanto si segnalano nuovi arresti di giornalisti a Hong Kong.

Dalla Cina fuggono i "minatori di Bitcoin". Un po' perché la banca centrale cinese ha dichiarato guerra alle criptovalute, ma soprattutto perché l'estrazione mineraria digitale consuma tanta energia elettrica, e questa diventa più cara in Cina. La nuova mèta dei minatori cinesi di Bitcoin sono Stati Usa come Texas e South Dakota, oppure il Canada, dove la corrente costa meno.

Segnalo un reportage del New York Times sui guai di Apple in Cina, previsti con lungimiranza dal consulente Doug Guthrie nel 2014. Il problema di Apple, spiega l'esperto, è che non ha un piano B qualora la sua dipendenza dalla Cina si riveli insostenibile.