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Passaggio a Nord-Est, il viaggio dei migranti che sognano l’Italia

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Nei luoghi tragici della Grande guerra. “C’era un orso nel bosco, non mi ha fatto paura”
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Kobarid(Slovenia) - C’era un orso, in questo bosco fitto, alto sopra il paese. «Vorrei poter dire a mia madre che io non ho avuto paura. I miei amici sì, io no. Io l’avevo sentito raspare per terra, lui aveva sentito il nostro odore e scusi, madame, ma purtroppo noi puzziamo molto, è stato un lungo lungo viaggio». Da qui è passata la Storia, adesso passano le storie minime di ragazzi stracciati e sporchi, ma con un lampo di speranza negli occhi. Sembra impossibile, ma è proprio speranza.
Caporetto, anzi Kobarid, perché questa adesso è Slovenia, penultima tappa della rotta balcanica. Poi c’è l’Italia, giù per la valle del Natisone. I migranti che fanno il salto verso Udine non sanno cos’è stata Caporetto, la ritirata, la più grande sconfitta dell’esercito italiano. Sanno che al di là del confine avranno un panino e dell’acqua, e non avranno più paura…
Kobarid(Slovenia) - C’era un orso, in questo bosco fitto, alto sopra il paese. «Vorrei poter dire a mia madre che io non ho avuto paura. I miei amici sì, io no. Io l’avevo sentito raspare per terra, lui aveva sentito il nostro odore e scusi, madame, ma purtroppo noi puzziamo molto, è stato un lungo lungo viaggio». Da qui è passata la Storia, adesso passano le storie minime di ragazzi stracciati e sporchi, ma con un lampo di speranza negli occhi. Sembra impossibile, ma è proprio speranza.
Caporetto, anzi Kobarid, perché questa adesso è Slovenia, penultima tappa della rotta balcanica. Poi c’è l’Italia, giù per la valle del Natisone. I migranti che fanno il salto verso Udine non sanno cos’è stata Caporetto, la ritirata, la più grande sconfitta dell’esercito italiano. Sanno che al di là del confine avranno un panino e dell’acqua, e non avranno più paura degli orsi sloveni.

Umair Khan, 17 anni, pachistano, marinaio e pescatore, ha dormito qui la notte scorsa assieme a 12 compagni, «da qualche parte sopra Kobarid, era una grande foresta e faceva freddo. Poi è arrivato il taxi». Era un camion, e il passaggio dalla Slovenia a Udine «l’abbiamo pagato 1.400 euro a testa». Significa che questo dei migranti è un grosso business, difficile quindi fermarlo. Quel carico partito dalla valle dell’Isonzo ha fruttato 18 mila e 200 euro, un viaggio di neanche un’ora. Quanti soldi passano dal valico di Stupizza, di notte, dove il cippo porta ancora la scritta Regno d’Italia.

Di giorno i turisti ungheresi e austriaci in mountain bike, le famiglie che salgono tra gli abeti con la borsa frigo, bambini che corrono, ci sono molte farfalle in questa stagione. Tutto questo Umair non lo sa, perché era chiuso nel camion passato veloce nella piazza, vicino alla stradina che sale al sacrario dove «riposano le spoglie di 7.014 soldati italiani», una delle tappe della Grande guerra, la peggiore.

«Io non ho mai visto migranti», il vicesindaco Marko Miklavic lo garantisce, ma non sa cosa succede la notte. Dalle finestre del municipio si vede il via vai colorato, i bar pieni, si sentono le risate. Eppure passano di qua, la valle del Natisone è il nuovo sbocco. Troppi controlli a Trieste e Gorizia. I passeur puntano sempre più a nord, cioè Udine. Miklavic però difende il suo, «Kobarid è una delle dieci mete mondiali più visitate secondo Booking», e mostra il video. L’altra notte il paese non aveva una stanza libera, «tremila ospiti, tutto pieno», più i tredici che hanno dormito nel bosco, e chissà quanti altri clandestini. Dubita che possano essere passati da qui «perché il monte Matajur, che nel 1917 venne conquistato da Rommel, poi feldmaresciallo, è pieno di buche, è terra carsica, impossibile passare».

Infatti ci vogliono gli scarponi, però basta guardare le false Adidas e Nike di questi pachistani e afgani, distrutte, la suola sfilacciata. «Immagino che ci sia un’organizzazione criminale, ma non lo so», intanto metterà le telecamere in paese, «che sarà sempre un posto tranquillo, che piace molto ai nostri turisti». L’organizzazione c’è, e funziona benissimo. Ha i mezzi, le staffette che segnalano il via libera, ma chi va in giro nelle ore d’oro, tra le 3 e le 5 del mattino? Solo i passeur. Ogni tanto, un incidente di percorso: due settimane fa la polizia italiana ha fermato un vecchio camper, al valico del Lisert. Nel camper c’erano 28 uomini, due donne, due ragazzi. L’autista, un ucraino residente in Italia, è in carcere a Gorizia.

Qualche chilometro più giù, il sindaco di San Pietro al Natisone è più che preoccupato, perché lunedì alle 6 stava andando al lavoro, giù per la statale 54 «e proprio al Belvedere ho visto quei ragazzi, fermi. Ho pensato “speriamo che non siano minorenni”, poi scendendo c’era un altro gruppo. Allora ho chiamato i carabinieri». Quel carico era di 28 persone, e c’erano sette ragazzi. Mariano Zufferli fa un conto: «Da qui alla fine dell’anno ci costeranno 120 mila euro», perché i minori finiscono in carico al Comune di ritrovamento, «e noi siamo piccoli, 2.150 abitanti, di cui 900 studenti, abbiamo anche due licei».

Il Friuli è ricco, e si vede. «Non abbiamo mai fatto pagare la Tasi, non ne avevamo bisogno. Adesso dovremo trovare quei soldi». Il problema di questo sindaco è che il suo paese è esattamente a 11 chilometri dal confine. L’accordo Italia-Slovenia sui respingimenti informali ha stabilito nel 1997 che se il migrante viene trovato in Italia entro i 10 chilometri, va riaccompagnato in Slovenia. Quindi i passeur si spingono sempre più avanti, fino a Udine, dove ieri alle 5 un metronotte ha trovato 13 uomini, a cento metri dal comando provinciale dei carabinieri, cioè quasi in centro. Quattro i minori, uno è Umair, che ha imparato l’inglese guardando i film, e dice «non mangiamo da 5 giorni», intanto la polizia locale cerca la protezione civile perché porti dei panini, e molta acqua. Gli faranno il tampone, bisogna capire se sono positivi al Covid, poi finiranno in un centro per minori, non certo alla caserma Cavarzerani. Con lui Nomi, 16 anni, studente. Abdullah Ali, 17, elettricista, che vorrebbe «andare a Milano perché ci sono i grattacieli, e poi ho uno zio che lavora in un ristorante». Il quarto è Nazdrullah, studente del Bangladesh, 17 anni. Uno che non ce la fa più, infatti si sdraia, e sembra quasi morto ma è morto di fame, «mi fa male la pancia perché è vuota».

I quattro sono partiti otto giorni fa dalla Bosnia, e precisamente da Bihac , dove esiste un gigantesco campo gestito da Iom, e lì migliaia di profughi aspettano di arrivare in Europa, «due anni siamo stati lì, è un posto schifoso, nessun uomo dovrebbe vivere così». Umair è un veterano, ha tentato il viaggio verso l’Italia venti volte «attraverso la Croazia, che è la parte più difficile, lì la polizia picchia forte». Infatti domanda com’è la polizia italiana: «Picchia? Rompe i telefoni?».

Per arrivare in Slovenia, il viaggio si fa un po’ con i “taxi”, ma per lo più a piedi, «ti fanno scendere perché sanno che c’è la polizia, poi ti riprendono su». Otto giorni così, ma intanto si lascia Bihac, che non è un bel posto, due anni fa c’erano come adesso pachistani e afgani, africani, e persino nepalesi, che non sapevano parlare se non in nepalese ma sapevano dire «Trst», la meta sognata: Trieste. Oggi dicono «Udin», Udine. «È un bel posto, gli italiani sono gentili», Umair si dice fortunato perché «I get to my destination», ed essendo partito quattro anni fa da suo villaggio vicino a Karachi, e allora aveva 13 anni, chiede di mandare un messaggio alla sua famiglia: «padre e madre, tre fratelli, una sorella». E il messaggio è: «Sono vivo, ce l’ho fatta. Sto bene, stanotte ho visto l’orso ma non mi ha ucciso. Ciao mamma e papà», un saluto da Udine.
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