VASTO. Ding, pum, pfff… L’appalto non c’è ancora — sarà avviato oggi, salvo ultim’ora — e senti come pompa la fabbrica dei banchi, giù al porto di Vasto. «Ma mica sono quelli di Arcuri. Inizieremo a farli appena avremo firmato il contratto», sorride il titolare di Vastarredo, Emidio Salvatorelli, una delle aziende selezionate dal Commissario per rifornire le scuole italiane di ogni ordine e grado di due milioni di banchi e 700mila sedie, più 500mila con le ruote, all’inizio dell’imminente anno scolastico: «Abbiamo preso la commessa per 4 regioni, Puglia e Basilicata, Calabria e Sicilia; 400mila pezzi in consorzio (Federlegno/Assufficio) con altre sei imprese del settore, più una partita per Emilia e Umbria, altri 15.000 pezzi in tutto».
Ci sono due enormi capannoni bianchi, e file di pallet colmi di banchi e sedie di tutti i colori e di ogni forma. «Questi sono per l&rsqu…
Ci sono due enormi capannoni bianchi, e file di pallet colmi di banchi e sedie di tutti i colori e di ogni forma. «Questi sono per l&rsqu…
VASTO. Ding, pum, pfff… L’appalto non c’è ancora — sarà avviato oggi, salvo ultim’ora — e senti come pompa la fabbrica dei banchi, giù al porto di Vasto. «Ma mica sono quelli di Arcuri. Inizieremo a farli appena avremo firmato il contratto», sorride il titolare di Vastarredo, Emidio Salvatorelli, una delle aziende selezionate dal Commissario per rifornire le scuole italiane di ogni ordine e grado di due milioni di banchi e 700mila sedie, più 500mila con le ruote, all’inizio dell’imminente anno scolastico: «Abbiamo preso la commessa per 4 regioni, Puglia e Basilicata, Calabria e Sicilia; 400mila pezzi in consorzio (Federlegno/Assufficio) con altre sei imprese del settore, più una partita per Emilia e Umbria, altri 15.000 pezzi in tutto».
Ci sono due enormi capannoni bianchi, e file di pallet colmi di banchi e sedie di tutti i colori e di ogni forma. «Questi sono per l’Aeronautico di Bergamo, questi altri vanno a Portogruaro. Il lavoro non manca, abbiamo vinto un appalto da un milione a Bari, un altro da 700mila euro a Roma». È tardi, ma quelli anti Covid mica possono produrli prima di aver messo la firma sul contratto «che per noi vale più di trenta milioni di euro. Tutto si poteva fare prima e meglio, ma parlare ora che senso ha? Posso fare tremila pezzi al giorno, del modello più semplice richiesto dal governo; cinquemila se mi organizzo bene. È un’emergenza, una guerra e anche noi combatteremo» dice e ti porta a spasso per capannoni che non finiscono più.
«Questa fabbrica l’ha messa su mio padre Remo nel 1966», dice davanti alle foto di allora, bianchi e neri deliziosi col prete che benedice il cantiere «e quel bambino sono io, ci sono nato qui. Vuole sapere come faremo i banchi di Arcuri? I fornitori hanno capito e sono pronti: ci servono 2,4 milioni di chili di tubi di acciaio, li prendiamo dai pochi grandi come Marcegaglia. Fatemi fare i conti: sono 80 tir, più altri 63 autotreni di truciolare per i piani, e 40 per materia prima di sedie e accessori».
Ma come fare in tempo, con le scuole al via tra 25 giorni? «Si poteva fare prima e anche meglio, ma non ho sentito interrogazioni parlamentari quando facevamo notare che un appalto ben fatto è preceduto sempre da una fase tecnica che si chiama dialogo competitivo, in cui l’appaltante si mette seduto con i possibili fornitori e cerca di scrivere il testo nel miglior modo possibile. Qui non si è fatta, per la fretta dettata dall’emergenza». Così la parte dell’appalto che prevede le sedie con le ruote è stramba perché «non ci sono norme Uni che le consentano per i minorenni. Sarà un bel guaio per i presidi, in caso di incidente».
Ping, beng, pfff, urlano i tubi nel reparto in cui vengono tagliati e saldati e piegati. Macchinari enormi, poi via appesi alla catena di montaggio della verniciatura che spara la vernice colorata sui telai dei futuri banchi e la fissa in un forno. Il telaio rovente viene raffreddato e in un paio d’ore è pronto e si unisce al piano in truciolare partorito dall’altro capannone al di là della strada. Lì, in falegnameria, viene tagliato a misura da macchine che sono le bisnipoti delle vecchie seghe e fan disegni che levati, con «le Nesting a pantografo e utensile al diamante», ma i tavoli della commessa anti Covid sono semplici rettangoli «ad angolo vivo — ogni altro disegno richiede tempo e il tempo non c’è — e tornati alla normalità andranno sostituiti. Sono fatti per il distanziamento, non per creare forme e associazioni tra studenti che si possano comporre e ricomporre. Ma ora c’è tempo solo per fare il meglio possibile», dice.
Cioè «piani in avorio con struttura color alluminio, taglio rettangolare come da capitolato, altezze come da capitolato». L’appalto lo hanno calibrato al telefono, e forse oggi si saprà se il Commissario ha accettato le modifiche. «Ovvio che se ci sarà scritto: consegna entro settembre o scatteranno penali, non firmeremo. Hanno bisogno di una fornitura enorme in tempi rapidissimi, noi di avere garanzie: cosa succede se una regione chiude per Covid? Se abbiamo comprato la merce ma scatta il lockdown?» Se i contagi volano e riaprire le scuole è impossibile?».
Senza contare il vero guaio: «L’ultimo miglio è il più difficile e costoso. Immagini — dice Salvatorelli — consegnare centinaia di banchi al secondo piano in un vicolo? La nostra commessa sono 800 tir da spedire e smistare, ci sono consegne complicatissime». Ma non è l’unico punto critico. «In Italia ci sono dieci aziende del settore, sette sono con noi nel consorzio. Si dice che abbiano vinto anche aziende specializzate in mobili d’ufficio e chissà chi altro all’estero. Speriamo non siano saltate garanzie e certificazioni. Noi ne abbiamo otto», e snocciola un rosario — Gpp, Iso 9001, Iso 14001, Emas, Sa 8000, Hosas 18001, Fsc, Pefc — che è garanzia di materie pulite e rispetto per lavoratori, sicurezza e qualità del luogo in cui i nostri figli trascorrono anni. Ogni banco «costa di listino 80 euro, più 50 le sedie», dice. C’è chi inonda i social di contestazioni: «Ma si trovano a meno!». «Un banco certificato non è una scrivania dell’Ikea», replica.
Beng, ping, pfff fanno le macchine della fabbrica dei banchi che non ha ancora iniziato a produrre quelli anti Covid, ma ce la farà a farli per il 12 settembre? «No. Ma consegneremo tutto entro fine ottobre», assicura
Ci sono due enormi capannoni bianchi, e file di pallet colmi di banchi e sedie di tutti i colori e di ogni forma. «Questi sono per l’Aeronautico di Bergamo, questi altri vanno a Portogruaro. Il lavoro non manca, abbiamo vinto un appalto da un milione a Bari, un altro da 700mila euro a Roma». È tardi, ma quelli anti Covid mica possono produrli prima di aver messo la firma sul contratto «che per noi vale più di trenta milioni di euro. Tutto si poteva fare prima e meglio, ma parlare ora che senso ha? Posso fare tremila pezzi al giorno, del modello più semplice richiesto dal governo; cinquemila se mi organizzo bene. È un’emergenza, una guerra e anche noi combatteremo» dice e ti porta a spasso per capannoni che non finiscono più.
«Questa fabbrica l’ha messa su mio padre Remo nel 1966», dice davanti alle foto di allora, bianchi e neri deliziosi col prete che benedice il cantiere «e quel bambino sono io, ci sono nato qui. Vuole sapere come faremo i banchi di Arcuri? I fornitori hanno capito e sono pronti: ci servono 2,4 milioni di chili di tubi di acciaio, li prendiamo dai pochi grandi come Marcegaglia. Fatemi fare i conti: sono 80 tir, più altri 63 autotreni di truciolare per i piani, e 40 per materia prima di sedie e accessori».
Ma come fare in tempo, con le scuole al via tra 25 giorni? «Si poteva fare prima e anche meglio, ma non ho sentito interrogazioni parlamentari quando facevamo notare che un appalto ben fatto è preceduto sempre da una fase tecnica che si chiama dialogo competitivo, in cui l’appaltante si mette seduto con i possibili fornitori e cerca di scrivere il testo nel miglior modo possibile. Qui non si è fatta, per la fretta dettata dall’emergenza». Così la parte dell’appalto che prevede le sedie con le ruote è stramba perché «non ci sono norme Uni che le consentano per i minorenni. Sarà un bel guaio per i presidi, in caso di incidente».
Ping, beng, pfff, urlano i tubi nel reparto in cui vengono tagliati e saldati e piegati. Macchinari enormi, poi via appesi alla catena di montaggio della verniciatura che spara la vernice colorata sui telai dei futuri banchi e la fissa in un forno. Il telaio rovente viene raffreddato e in un paio d’ore è pronto e si unisce al piano in truciolare partorito dall’altro capannone al di là della strada. Lì, in falegnameria, viene tagliato a misura da macchine che sono le bisnipoti delle vecchie seghe e fan disegni che levati, con «le Nesting a pantografo e utensile al diamante», ma i tavoli della commessa anti Covid sono semplici rettangoli «ad angolo vivo — ogni altro disegno richiede tempo e il tempo non c’è — e tornati alla normalità andranno sostituiti. Sono fatti per il distanziamento, non per creare forme e associazioni tra studenti che si possano comporre e ricomporre. Ma ora c’è tempo solo per fare il meglio possibile», dice.
Cioè «piani in avorio con struttura color alluminio, taglio rettangolare come da capitolato, altezze come da capitolato». L’appalto lo hanno calibrato al telefono, e forse oggi si saprà se il Commissario ha accettato le modifiche. «Ovvio che se ci sarà scritto: consegna entro settembre o scatteranno penali, non firmeremo. Hanno bisogno di una fornitura enorme in tempi rapidissimi, noi di avere garanzie: cosa succede se una regione chiude per Covid? Se abbiamo comprato la merce ma scatta il lockdown?» Se i contagi volano e riaprire le scuole è impossibile?».
Senza contare il vero guaio: «L’ultimo miglio è il più difficile e costoso. Immagini — dice Salvatorelli — consegnare centinaia di banchi al secondo piano in un vicolo? La nostra commessa sono 800 tir da spedire e smistare, ci sono consegne complicatissime». Ma non è l’unico punto critico. «In Italia ci sono dieci aziende del settore, sette sono con noi nel consorzio. Si dice che abbiano vinto anche aziende specializzate in mobili d’ufficio e chissà chi altro all’estero. Speriamo non siano saltate garanzie e certificazioni. Noi ne abbiamo otto», e snocciola un rosario — Gpp, Iso 9001, Iso 14001, Emas, Sa 8000, Hosas 18001, Fsc, Pefc — che è garanzia di materie pulite e rispetto per lavoratori, sicurezza e qualità del luogo in cui i nostri figli trascorrono anni. Ogni banco «costa di listino 80 euro, più 50 le sedie», dice. C’è chi inonda i social di contestazioni: «Ma si trovano a meno!». «Un banco certificato non è una scrivania dell’Ikea», replica.
Beng, ping, pfff fanno le macchine della fabbrica dei banchi che non ha ancora iniziato a produrre quelli anti Covid, ma ce la farà a farli per il 12 settembre? «No. Ma consegneremo tutto entro fine ottobre», assicura