Il nemico invisibile che ci ha tolto quasi tutta la nostra vita sociale, non si accontenta. Le cose a cui abbiamo rinunciato finora, all’inizio con incredulità, poi con entusiamo, infine con rassegnazione, non bastano. Soprattutto, come dice Concita De Gregorio, questa non è una vacanza: non dobbiamo pensare a quando usciremo dal tunnel, ma a come starci dentro.
“State a casa”, c’è scritto sulla facciata del Pirellone, monito per i milanesi e per tutti gli italiani. Anche l’orizzonte del jogging, l’ultimo barlume di libertà finora concessa – e pure molto contestata dagli integralisti della clausura – potrebbe cadere per eccesso di indisciplina: impossibile controllare tutti i parchi, le ciclabili, i lungofiume, luoghi nei quali si raduna ancora troppa gente. Ergo, altri divieti. Ma di divieto in divieto, non si arriva alla fine: il prossimo passo potrebbe diventare il tracciamento dei telefonini, per stanare …
“State a casa”, c’è scritto sulla facciata del Pirellone, monito per i milanesi e per tutti gli italiani. Anche l’orizzonte del jogging, l’ultimo barlume di libertà finora concessa – e pure molto contestata dagli integralisti della clausura – potrebbe cadere per eccesso di indisciplina: impossibile controllare tutti i parchi, le ciclabili, i lungofiume, luoghi nei quali si raduna ancora troppa gente. Ergo, altri divieti. Ma di divieto in divieto, non si arriva alla fine: il prossimo passo potrebbe diventare il tracciamento dei telefonini, per stanare …
Il nemico invisibile che ci ha tolto quasi tutta la nostra vita sociale, non si accontenta. Le cose a cui abbiamo rinunciato finora, all’inizio con incredulità, poi con entusiamo, infine con rassegnazione, non bastano. Soprattutto, come dice Concita De Gregorio, questa non è una vacanza: non dobbiamo pensare a quando usciremo dal tunnel, ma a come starci dentro.
“State a casa”, c’è scritto sulla facciata del Pirellone, monito per i milanesi e per tutti gli italiani. Anche l’orizzonte del jogging, l’ultimo barlume di libertà finora concessa – e pure molto contestata dagli integralisti della clausura – potrebbe cadere per eccesso di indisciplina: impossibile controllare tutti i parchi, le ciclabili, i lungofiume, luoghi nei quali si raduna ancora troppa gente. Ergo, altri divieti. Ma di divieto in divieto, non si arriva alla fine: il prossimo passo potrebbe diventare il tracciamento dei telefonini, per stanare chi esce dal proprio quartiere.
E ci sarà gente che uscirà 5 volte al giorno per fare la spesa, un sacchetto alla volta, pur di evadere dalle quattro mura. E poi ci chiedono di stare a casa, mentre migliaia di persone sono costrette a uscire ogni mattina, prendere affollati mezzi pubblici, rischiare il contagio per andare al lavoro. Perché il Paese non si può fermare del tutto, anche nella paralisi da virus alcuni servizi devono essere garantiti, i beni di necessità devono essere prodotti confezionati distribuiti venduti, l’economia deve mantenere una flebo attaccata, ché già sarà difficile ripartire così.
Già ci stiamo giocando l’unità europea, come ricorda Paolo Rumiz nel diario della sua quarantena triestina: il sogno di un continente senza frontiere si interrompe ai valichi con la Slovenia, nell’illusione che i confini fisici possano fermare il nemico invisibile. Il tunnel è buio e ci fa paura, ma ora dobbiamo solo fidarci e seguire le istruzioni. Stiamo a casa.
“State a casa”, c’è scritto sulla facciata del Pirellone, monito per i milanesi e per tutti gli italiani. Anche l’orizzonte del jogging, l’ultimo barlume di libertà finora concessa – e pure molto contestata dagli integralisti della clausura – potrebbe cadere per eccesso di indisciplina: impossibile controllare tutti i parchi, le ciclabili, i lungofiume, luoghi nei quali si raduna ancora troppa gente. Ergo, altri divieti. Ma di divieto in divieto, non si arriva alla fine: il prossimo passo potrebbe diventare il tracciamento dei telefonini, per stanare chi esce dal proprio quartiere.
E ci sarà gente che uscirà 5 volte al giorno per fare la spesa, un sacchetto alla volta, pur di evadere dalle quattro mura. E poi ci chiedono di stare a casa, mentre migliaia di persone sono costrette a uscire ogni mattina, prendere affollati mezzi pubblici, rischiare il contagio per andare al lavoro. Perché il Paese non si può fermare del tutto, anche nella paralisi da virus alcuni servizi devono essere garantiti, i beni di necessità devono essere prodotti confezionati distribuiti venduti, l’economia deve mantenere una flebo attaccata, ché già sarà difficile ripartire così.
Già ci stiamo giocando l’unità europea, come ricorda Paolo Rumiz nel diario della sua quarantena triestina: il sogno di un continente senza frontiere si interrompe ai valichi con la Slovenia, nell’illusione che i confini fisici possano fermare il nemico invisibile. Il tunnel è buio e ci fa paura, ma ora dobbiamo solo fidarci e seguire le istruzioni. Stiamo a casa.