Dietro la lavagna

Dietro la lavagna

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In Francia sono uscite dal lockdown prima le scuole dei ristoranti. Non servirebbe aggiungere molto altro a questa constatazione di Francesco Bei per fotografare l'emergenza in cui versa la scuola italiana. A poco più di due mesi dalla riapertura di settembre, dopo uno stop che dura dal 7 marzo (e da febbraio per le regioni più colpite dal Covid), si continua a navigare nella nebbia. La ministra Lucia Azzolina oggi avrà una dimostrazione plastica della sua attuale popolarità, quando dalle piazze di 60 città italiane, genitori e studenti manifesteranno il loro disappunto per le linee guida fantasma, come scrive Valeria Strambi.

Il piano per il ritorno in classe sta riuscendo nel miracolo di mettere tutti d'accordo: presidi, insegnanti, famiglie. Il problema è che sono tutti d'accordo nella bocciatura della ministra e di quel pochissimo che è stato fatto finora. L'incertezza regna sovrana, l'autonomia degli istituti che il governo rivendica come indispensabile, rischia di trasformarsi in un caos che scaricherà le responsabilità sui dirigenti scolastici e le conseguenze sui genitori (dei più piccoli) e sui ragazzi.

La ministra, racconta Annalisa Cuzzocrea, si sente sotto assedio, mentre i governatori delle regioni non sembrano disposti a farle sconti. Il piano, dice, è stato condiviso dal governo ma ora è lei a doverlo difendere in prima linea. Il premier Conte è arrivato in suo soccorso, le ha garantito appoggio e sostegno, affiancandole altri due ministri come Boccia e Speranza proprio nella trattativa con le regioni.

Ma l'impressione è che si proceda a tentativi, una volta i doppi turni, un'altra volta il sabato in classe, le mascherine sì, le mascherine no, le mascherine forse. Se un qualsiasi studente si presentasse all'interrogazione con lo stesso livello di approssimazione, finirebbe sicuramente dietro la lavagna con le orecchie da asino.