"Qui mi hanno fatto un favore, vedrete come cresciamo dieci punti nei sondaggi in un batter d'occhio". Nelle redazioni a sera si raccontano le battute del segretario della Lega: il senatore Matteo Salvini così avrebbe detto ai suoi appena dopo il voto di Palazzo Madama che lo costringe al processo per il caso Open Arms. Lo scorso anno, 124 migranti salvati dall’ong spagnola in zona Sars libica il 1 agosto (con un altro intervento diventeranno 164), superato a fatica il rimpallo tra Malta e l’Italia, aspettarono giorni prima di poter sbarcare.
La politica dei porti chiusi dell’allora ministro dell’Interno bloccò la nave dal 14 al 20 del mese a poca distanza dalla costa. I più fragili, tra cui tre donne incinte, vennero portati a terra man mano. Alcuni si gettarono in mare. Ma solo dopo quasi tre settimane gli 83 rimasti a bordo poterono mettere piede sul molo di Lampedusa. E ci riuscirono perché un magistrato, il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio, era salito sull’imbarcazione e aveva certificato l’ovvio: la situazione si presentava esplosiva per le condizioni igieniche e per il disagio psicologico in cui si trovavano tutte quelle persone.
Adesso Salvini è chiamato a rispondere della sua politica, verrà giudicato anche sul caso Gregoretti – luglio 2019, 116 migranti messi in salvo dalla nave militare rimangono fuori dal porto di Augusta per tre giorni, nonostante quell’unità navale sia inadatta a ospitare un così alto numero di esseri umani – e l’accusa è sempre sequestro di persona. Ma non ora, non qui. Questo è solo il giorno che sembra chiudere il cerchio con l’estate di un anno fa.
Dopo il verdetto del Senato, Matteo Salvini infatti torna al Papeete, Milano Marittima, nello stabilimento dei Mojito, delle cubiste leopardate, delle moto d’acqua della polizia messe a disposizione del figlio e delle conferenze stampa coi piedi nella sabbia. In dodici mesi è cambiato tutto, molto di più di quel che potessimo anche solo immaginare. Oggi i sondaggi vanno a picco. Eppure tutto potrebbe cambiare ancora.
La politica dei porti chiusi dell’allora ministro dell’Interno bloccò la nave dal 14 al 20 del mese a poca distanza dalla costa. I più fragili, tra cui tre donne incinte, vennero portati a terra man mano. Alcuni si gettarono in mare. Ma solo dopo quasi tre settimane gli 83 rimasti a bordo poterono mettere piede sul molo di Lampedusa. E ci riuscirono perché un magistrato, il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio, era salito sull’imbarcazione e aveva certificato l’ovvio: la situazione si presentava esplosiva per le condizioni igieniche e per il disagio psicologico in cui si trovavano tutte quelle persone.
Adesso Salvini è chiamato a rispondere della sua politica, verrà giudicato anche sul caso Gregoretti – luglio 2019, 116 migranti messi in salvo dalla nave militare rimangono fuori dal porto di Augusta per tre giorni, nonostante quell’unità navale sia inadatta a ospitare un così alto numero di esseri umani – e l’accusa è sempre sequestro di persona. Ma non ora, non qui. Questo è solo il giorno che sembra chiudere il cerchio con l’estate di un anno fa.
Dopo il verdetto del Senato, Matteo Salvini infatti torna al Papeete, Milano Marittima, nello stabilimento dei Mojito, delle cubiste leopardate, delle moto d’acqua della polizia messe a disposizione del figlio e delle conferenze stampa coi piedi nella sabbia. In dodici mesi è cambiato tutto, molto di più di quel che potessimo anche solo immaginare. Oggi i sondaggi vanno a picco. Eppure tutto potrebbe cambiare ancora.