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Il richiamo della scuola
(agf)

Il richiamo della scuola

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Lezioni in piedi, all’aperto, davanti agli istituti in cui insegnano e guardando realmente negli occhi un piccolo gruppo di alunni. Lo schermo della Didattica a distanza non basta evidentemente più neanche ai docenti che sono usciti a spiegare in strada a Cuneo, a Firenze, a Faenza, per chiedere nella giornata internazionale degli studenti la riapertura degli istituti chiusi per Covid. E lo stesso hanno fatto le ragazze e i ragazzi della Rete degli studenti medi che con le maschere dei politici sul volto si sono riuniti in piazza di Montecitorio a Roma per spiegare ai parlamentari come investire nella scuola i fondi Next Generation Ue.

Si sono ispirati tutti ad Anita e Lisa, le  dodicenni che da giorni protestano a Torino davanti alla loro scuola media Italo Calvino, con banco, sedia, tablet e anche ormai piumino e copertina addosso. Obiettivo: tornare a seguire le lezioni in presenza. “Non lo capisco perché le scuole restano chiuse, succede solo in Italia” dice Anita nell’intervista a Maurizio Crosetti. “Noi studenti mica siamo degli untori, la scuola è molto più sicura di tanti altri posti e alle medie di solito si va a piedi, sta nel quartiere, mica con i mezzi pubblici”.

Nelle zone rosse alcune province potrebbero cambiare colore. All’interno della stessa regione, scrive Michele Bocci, ci sono situazioni molto diverse e i governatori chiedono di attenuare le restrizioni  dove l’epidemia indietreggia. Dove cioè l’Rt è molto più basso di quello medio regionale o dove grazie alle restrizioni più severe i dati sono già migliorati. In Piemonte, per esempio, non c’è più neanche una provincia da rosso.  Per questi casi potrebbe scattare il semaforo arancione o addirittura giallo.