Ore 10. Parla Draghi. Un discorso asciutto, come nel suo stile. Ma il voto di fiducia al nuovo governo, nell’Aula del Senato, sarà aperto solo dodici ore dopo, alle 22. Si opporranno i senatori di Fratelli d’Italia e una ventina di dissidenti grillini. Così sarà anche domani alla Camera, dove a dire no dovrebbero essere oltre cinquanta deputati, compreso il segretario di Sinistra italiana, Nicola Fratoianni.
La maximaggioranza di Draghi però tanto compatta ancora non è, sebbene il neopremier si richiamerà proprio all’unità, nel suo discorso, all’interesse del Paese in un tempo pandemico, alla sfida contro il Covid e la crisi economica, sottolineando lo spirito europeo, atlantista e ambientalista che lo anima. Ma la partita è evidentemente delicata nonostante i grandi numeri, se ieri Pd, Cinquestelle e Leu proprio al Senato hanno deciso di stringersi in un intergruppo che non permetta troppe fughe di qua e di là e, fondamentalmente, detti la linea contro la destra sovranista.
Fibrillazioni anche in casa Pd, se vogliamo derubricare le esternazioni di Salvini a tattica, non vedendo invece la strategia di chi ritrova vecchi argomenti e così vigore, contrapponendosi proprio allo stile silente del premier in carica. Tra i democratici, dicevamo, c’è un dissenso femminile finalmente in viva voce: le donne non ci stanno più, l’assenza di ministre dem nel governo è stata quasi un’epifania, tutte si sono accorte che il potere a sinistra gli uomini se lo tengono stretto. “Serve subito una direzione” hanno quindi detto ieri in trenta, chiedendo una convocazione urgente. “Vicesegretario donna è una delle possibilità, io sono a favore”, ha detto poi Nicola Zingaretti in tv. Suona, nonostante tutto, come un gesto riparatorio. Va cambiata musica, la differenza, profonda, è tutta qui.
La maximaggioranza di Draghi però tanto compatta ancora non è, sebbene il neopremier si richiamerà proprio all’unità, nel suo discorso, all’interesse del Paese in un tempo pandemico, alla sfida contro il Covid e la crisi economica, sottolineando lo spirito europeo, atlantista e ambientalista che lo anima. Ma la partita è evidentemente delicata nonostante i grandi numeri, se ieri Pd, Cinquestelle e Leu proprio al Senato hanno deciso di stringersi in un intergruppo che non permetta troppe fughe di qua e di là e, fondamentalmente, detti la linea contro la destra sovranista.
Fibrillazioni anche in casa Pd, se vogliamo derubricare le esternazioni di Salvini a tattica, non vedendo invece la strategia di chi ritrova vecchi argomenti e così vigore, contrapponendosi proprio allo stile silente del premier in carica. Tra i democratici, dicevamo, c’è un dissenso femminile finalmente in viva voce: le donne non ci stanno più, l’assenza di ministre dem nel governo è stata quasi un’epifania, tutte si sono accorte che il potere a sinistra gli uomini se lo tengono stretto. “Serve subito una direzione” hanno quindi detto ieri in trenta, chiedendo una convocazione urgente. “Vicesegretario donna è una delle possibilità, io sono a favore”, ha detto poi Nicola Zingaretti in tv. Suona, nonostante tutto, come un gesto riparatorio. Va cambiata musica, la differenza, profonda, è tutta qui.