Sanremo e l'eterno presente
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Sanremo e l'eterno presente

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Siamo distratti mentre guardiamo Sanremo. Come se la leggerezza fosse diventata estranea e comunque non contemporanea, troppo glitter, troppi strass luccicano nell’Ariston vuoto. E infatti la classica settimana di tregua, in cui l’Italia si ferma, risulta non abilitata stavolta, non riesce ad entrare in questo tempo di eterno presente. In cui tutto è sì costantemente mobile, incerto, fluido, liquido si sarebbe detto prima per sembrare all’altezza, ma costringe comunque a una sensazione di inerzia: per quanto ci agitiamo, siamo fermi al palo.  

Eppure ieri ne sono accadute di cose. L’Italia ha bloccato le esportazioni di 250mila fiale del siero AstraZeneca, dirette in Australia. Ha così imposto all’Europa una politica diversa, ferma. Che mette i bastoni fra le ruote alle multinazionali e alle loro produzioni “allegre”, che non rispettano i patti. Poi si è dimesso Nicola Zingaretti, ha lasciato la segreteria del Pd senza neanche avvertire i vice, forse sperando di esser trattenuto, anche se giura di no, ma la mossa non è detto che riesca. Giuseppe Conte, che pure poi lo ha spalleggiato, ne sa qualcosa.

E prima: Lombardia in arancione scuro, la regione rallenta ancora, tutti bambini restino a casa se non sono bebè. E le elezioni amministrative, quasi 1300 Comuni interessati: rinviate a settembre, ottobre forse, di bollettino in bollettino si capirà. Oggi prima o poi arriverà comunque la quarta serata. La scaletta prevede ascolti titubanti e cantanti fragili, senza applausi autentici a ovattare le emozioni. In fondo anche in questo, Sanremo è sempre Sanremo. Uno specchio del Paese, una volta di più.