Matteo Salvini venerdì scorso, anche lui ad Atreju, da Giorgia Meloni. Melina. Il giorno dopo ha rilanciato: “Sul Quirinale serve un tavolo, chiamerò tutti i leader lunedì", (cioè oggi). Renzi, stesso spazio, stesso mare, sabato, “il presidente della Repubblica dovremmo eleggerlo tutti insieme. Per la prima volta il centrodestra ha il 45% dei grandi elettori. Il punto è se prenderà l'iniziativa o no. Il ruolo di king maker tocca a voi”, rivolto ai padroni di casa. E di domenica, per chiudere la kermesse, arriva lei. La proprietaria. Dà le carte. Ce n’è per tutti, tutti quelli passati di lì in settimana, soprattutto i progressisti andati a dialogare. Ce n’è soprattutto per Enrico Letta, definito il Rocco Casalino di Macron: “Cerca un capo dello Stato che piaccia all’Eliseo”, lui risponde postando una foto di Pertini con l’hashtag patriota. Di che si parla quindi? Della madre di tutte le riforme da fare, per la leader. Di Repubblica presidenziale.
E Berlusconi è un patriota? “E’ stato mandato a casa dalle consorterie europee perché non firmava trattati poi firmati da Mario Monti, quindi ha difeso l'interesse nazionale, assolutamente. Non l'abbiamo mai definito un candidato di bandiera è un nome che compatta il centrodestra. Poi sappiamo che serve una convergenza di numeri ma rispecchia quello che stiamo cercando". Così fino a ieri. Post scriptum: sembra più un modo per bruciare un nome, che per lanciarlo. L’ipotesi Draghi resta aperta. Oggi comunque si continua.