In Italia è quasi l’ora di cena. La situazione sembra precipitare. Vladimir Putin parla alla Nazione in diretta tv. Un discorso che parte da Lenin – “è stato il creatore e l'architetto dell'Ucraina e aveva un interesse particolare anche per il Donbass, non è un Paese confinante ma parte integrante della storia russa”, discetta – per poi arrivare alla descrizione di un popolo corrotto e nazionalista, nazista, ormai una “colonia americana”, con l’ambasciata che controlla direttamente i giudici di Kiev.
"Ritengo necessario prendere una decisione attesa da tempo. Riconoscere immediatamente l'indipendenza e la sovranità della Repubblica popolare di Donetsk e della Repubblica popolare di Lugansk. Chiedo all'Assemblea Federale della Federazione Russa di sostenere questa decisione, e quindi di ratificare trattati di amicizia e mutua assistenza con entrambe le repubbliche".
Appena dopo, Putin firma il decreto che riconosce le repubbliche secessioniste russofone alla presenza dei due leader separatisti e così compie l’atto politico che di fatto apre le porte alle sue truppe (azione di peacekeeping nel Donbass, la chiama, l’Onu traduce in invasione dei confini). Peraltro ammonendo Kiev dall’adottare misure contro la Mosca. Eppure la giornata era cominciata con uno spiraglio di dialogo, un possibile incontro fra il capo del Cremlino e quello della Casa Bianca, dopo la mediazione del presidente francese Macron. Partendo da dove?
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Giovedì a Ginevra si vedranno il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov e il segretario di Stato americano Antony Blinken. Forse c’è ancora tempo per provare a disinnescare l’ordigno piazzato in Europa, è QUESTO il pensiero delle diplomazie di mezzo mondo quando comincia la giornata di lunedì. Ma prima la Casa Bianca e poi Cremlino spargono scetticismo. Un’arma di propaganda potente e distruttiva quanto le accelerazioni e le frenate continue di questi giorni compiute attraverso le cancellerie. Washington diffonde un comunicato in cui sottolinea “ci vedremo se prima la Russia non attacca l’Ucraina”. Poi Mosca replica, “ancora non c’è nulla di concreto”, e Putin dichiara: va bene il vertice ma prima vanno stabiliti gli obiettivi e soprattutto "non abbiamo garanzie che Kiev non entri nella Nato". Nel giro di qualche ora lo scenario cambia, forse irreparabilmente.